Tutti pazzi per Meryl

Di Fabio Giusti
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Meryl Streep è alla Festa del Cinema di Roma per presentare Florence, il film diretto da Stephen Frears sulla ricca ereditiera Florence Foster Jankins che aspirò alla carriera di cantante lirica pur senza aver talento.
E se l’emozione di avere davanti una leggenda vivente del cinema non fosse già abbastanza – roba che a dare una rapida scorsa alla sua ormai quarantennale filmografia gira la testa – l’incontro con la stampa è l’occasione per scoprire come dietro a quella che viene ritenuta, a giusto titolo, la migliore attrice vivente ci sia anche una donna colta e spiritosa.
Esaustiva e mai banale nelle risposte, Meryl Streep è l’antidiva per eccellenza e starla ad ascoltare è un piacere enorme, amplificato anche da anni di risposte monosillabiche strappate di forza a star visibilmente annoiate.

'Florence Foster Jenkins' Photocall - 11th Rome Film Festival

In Florence lei recita il ruolo di una cantante priva di talento.
Non trova che ci sia sempre qualcosa di struggente nelle persone che hanno tanta passione ma pochissimo talento?
Mi piace molto come idea, credo che la riprenderò in tutte le mie prossime interviste. Il film parla di passioni di tutti i tipi – per il proprio lavoro, per una persona – e di quello che facciamo in nome dell’amore pur di sostenerci a vicenda.
Credo che cantare senza passione sia il più grave peccato possibile. Certo, cantare con passione ma senza talento può essere un problema, ma può anche essere che ci si diverta.

LA RECENSIONE DI FLORENCE

In che modo si è preparata ad affrontare il personaggio, realmente esistito, di Florence Foster Jenkins?
Ho fatto senz’altro una preparazione significativa per poter cantare nel modo migliore possibile, così da ottenere la voce che Florence sentiva nella propria testa.
A tal proposito ricordo di aver ascoltato, tempo fa, George Gershwin suonare accompagnandosi con la voce. Il suono che noi sentivamo era stonato.  Ora, presumibilmente Gershwin sapeva benissimo quale era la nota giusta, il che mi è stato utile per capire cosa sentiva Florence nella sua testa.

Il suo personaggio viene protetto dalle recensioni negative con amore da Hugh Grant. Le è mai capitato in carriera di dover essere protetta da una recensione negativa e, quando esce un suo film, quali recensioni legge prima?
Oh, io non leggo mai le recensioni; non sai mai se magari dietro vi si possa celare un’imboscata che può essere dolorosa, specialmente adesso che molti giornalisti cercano di attaccarti in relazione all’età o all’aspetto fisico.
In ogni caso credo di essere stata protetta anch’io dalle critiche. Da persone che mi vogliono bene: ad esempio mio marito che, quando mi parla di quello che legge su di me, mi dice sempre “tutto bellissimo”. È un atto d’amore che capisco. Ed è così che sopravviviamo.

Lei è un simbolo e una leggenda per diverse generazioni di spettatori. Sente un po’ il peso di questa responsabilità?
Innanzitutto grazie. E poi certo, avverto l’obbligo di smantellare un certo edificio. Succede di solito quando arrivo al lavoro, il primo giorno con gli altri attori.
C’è questo mito che mi precede e che, nell’interazione con gli altri attori, non aiuta di certo.
Così, a volte coscientemente ma la maggior parte delle volte in maniera inconsapevole, cerco di liberarmene.
Magari lo faccio dimenticandomi le battute o spostandomi nella direzione sbagliata rispetto alle indicazioni del regista, così gli altri si rilassano pensando “beh, magari non è poi così brava come pensavamo”.
Anche Hugh Grant mi ha detto che aveva paura di recitare con me, ma sono tutte stronzate. Credo solo che fosse il suo modo di farmi un complimento.

LA RECENSIONE DI FLORENCE

All’ultimo Festival di Berlino lei ha fatto un grandioso endorsement per Fuocoammare di Rosi. Ora che in corsa, non senza polemiche, per gli Oscar continuerà il suo lavoro di sostegno con l’Academy?
Assolutamente sì.
Sono molto orgogliosa del fatto che la giuria di Berlino si sia espressa all’unanimità su Fuocoammare perché è un’opera unica. E, anche se noi americani siamo abituati al fenomeno dell’immigrazione, spesso per essere realmente toccati abbiamo bisogno di vedere un bambino che a stento cammina ricoperto di polvere. Gianfranco Rosi, in particolare, è riuscito a raccontare il male ma anche a suggerirci come sconfiggerlo e per questo credo che abbia ottime chance di vincere l’Oscar.

Per Florence l’arte diventa una ragione di vita, nel suo caso la musica. Per lei, alla luce di una straordinaria carriera quarantennale, cosa vuol dire oggi fare cinema?
Significa esattamente la stessa cosa di quando ho cominciato. Tutti le donne che mi trovo a interpretare hanno la stessa importanza della prima della prima nei cui panni mi hanno chiesto di mettermi. Forse cambia giusto la perdita della memoria a breve termine ma non percepisco un calo dell’entusiasmo nel mio approccio. Amo i miei personaggi e sento il dovere di farveli conoscere, di farvi vedere cosa so di ognuno di loro e tutti questi ruoli, nessuno escluso, meritano di avere un proprio posto.

Quanto è difficile per lei nascondersi in un personaggio e non prevaricarlo?
Continuo a non percepire la recitazione come un mestiere.
È un piacere colpevole (dice proprio così, guilty pleasure) che provo nel fare quello che faccio. mmagino di avere una vita diversa, di provenire da un altro luogo e di provare sentimenti diversi.
È una cosa che dura sin da quando ero ragazzina, da quando ho cominciato a chiedermi come sarebbe stato essere, ad esempio, mia nonna e imitavo come camminava o mi creavo delle rughe sul viso con le mani.
Ecco, quella curiosità credo sia stata l’inizio di tutto.
Quando poi ti immergi in un personaggio e impari a soffrire con il suo dolore impari anche qualcosa del tuo dolore. Allo stesso modo, quando immagini la sua gioia ti senti sollevato. Sicuramente c’è un aspetto egoistico in questa cosa.

Ha mai pensato di passare dall’altro lato della macchina da presa e dirigere un film?
Alcuni registi con cui ho lavorato ti direbbero che ho già provato a farlo. In realtà no, non ho mai sentito la necessità di diventare regista. Ammiro chi è capace di recitare e dirigere allo stesso tempo ma io amo solo recitare. Amo l’immersione, la soggettività, il non dover avere un punto di vista che sia globale.

C’è attualmente un’attrice che lei pensa poter avere una carriera simile alla sua?
Credo senz’altro di aver aperto la strada ad alcune attrici che magari potranno avere una carriera che vada oltre i quarant’anni, età che ai miei tempi veniva considerato il limite per un’attrice.
Poi dovevi aspettare fino a settant’anni per interpretare persone orribili ma Hollywood non sapeva che farsene di donne tra i quaranta e i cinquanta. Anche la televisione ha aperto molte di queste porte. Se devo farti il nome di un’attrice che ammiro ti dico Alba Rohrwacher. Credo sia speciale.

Un’ultima domanda di natura politica. Potrebbe commentare il modo in cui ha vissuto questa campagna per le presidenziali, soprattutto in relazione ai messaggi sessisti di Trump?
Non credo di dovermi pronunciare sul sessismo di Trump. Credo che lui, in questo senso, stia già facendo un ottimo lavoro per conto suo. Penso solo che, tra una ventina di giorni, avremo Hillary Rodham Clinton come Presidente degli Stati Uniti e questa mi sembra una buona notizia.

 

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Fabio Giusti

Da sempre convinto che, durante la proiezione di un film, nulla di brutto possa accadere, ha un passato da sceneggiatore, copywriter e altre prescindibili attività. A parte vedere film fa ben poco.

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