Fuocoammare

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Difficile vedere tanta verità su uno schermo che in genere veicola sogni. Invece te la ritrovi lì, chiara e inequivocabile.
Dopo il successo di Sacro Gra, (premiato nel 2013 con il Leone d’Oro alla Mostra del Cinema di Venezia), il ritorno al cinema di Gianfranco Rosi passa attraverso un docu-film su Lampedusa e sulle sue storie di mare e migrazione. Il metodo adottato è sempre lo stesso: viaggiare e sostare nei luoghi che intende raccontare, come ha già fatto per Boatman (India), per Below Sea Level (Stati Uniti), per El Sicario Room 164 (Messico). Questa volta il regista di Asmara si è trasferito per un anno intero sull’isola siciliana per raccontare dall’interno la tragedia dei migranti e per poter osservare da vicino cosa significhi abitare in una terra di confine in un momento storico drammatico e delicato come quello che stiamo vivendo.



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E’ un film di conrasti Fuocoammare, scisso e dicotomico, perché Lampedusa non è solo l’isola dei migranti, così come non è esclusivamente di chi la abita. Ed è anche un film estremamente furbo che è riuscito ad arrivare nel posto giusto al momento giusto. La sua partecipazione In Concorso al Festival di Berlino, nel cuore di una Germania in cui la questione accoglienza dei rifugiati è più attuale che mai, è riuscita a imporre una volta di più e in modo non tradizionale l’attenzione dei media su questa tragedia affiancabile solo all’Olocausto che non accenna ad esaurirsi, mostrando una verità tanto scomoda quanto drammatica e in un modo talmente schietto che è impossibile girare la testa dall’altra parte.

Anche nello stabilire la forma da dare al racconto Rosi si affida al contrasto: da una parte il documentario incentrato sui migranti, in cui assistiamo a tentativi di soccorso da parte delle forze dell’ordine, ai commoventi istanti dell’accoglienza da parte di eroi, loro malgrado, come Pietro Bartolo, direttore sanitario della Asl locale che da anni si occupa di curare coloro che sbarcano sull’isola e a micro storie di cui non sapremo mai l’epilogo. Dall’altra il resoconto diretto della vita del piccolo Samuele (Samuele Pucillo) e della sua famiglia, tra un pomeriggio passato a giocare con una rudimentale mazzafionda e una visita oculistica che gli diagnostica un occhio pigro, metafora sin troppo chiara del “chiudere un occhio” davanti a migliaia di persone che si riversano sulle nostre coste in cerca della sopravvivenza dopo un viaggio affrontato in condizioni disumane tra ustioni causate dalla nafta, disidratazione e denutrizione, nel migliore dei casi. Lontano dall’essere un fim perfetto Fuocoammare riesce ad essere però una perfetta testimonianza di quanto accade su un’isola che c’è e che appartiene, meglio ricordarlo, a un concetto ancora piuttosto evanescente che prende il nome di Europa.

Voto 7

 

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Carolina Tocci

Giornalista freelance e blogger, un giorno le è venuta l'idea di aprire questo sito. Scrive di cinema e gossip e nel buio di una sala cinematografica si sente a casa.

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