Un Natale al sud

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A pensarci è quasi impressionante come in questo Un Natale al Sud non ci sia nulla da salvare.
Ma proprio nulla, anche volendosi mettere una mano sul cuore, abbandonando per un attimo ogni forma di snobismo cinefilo.
Da un Massimo Boldi sempre più impossibilitato a deambulare e quindi costretto a “recitare” da seduto (quando non addirittura disteso) alla napoletanità macchiettistica e sguaiata ostentata dalla spalla Biagio Izzo, il film è l’inesorabile de profundis della risata a tema natalizio sacrificata una volta per tutte sull’altare del Tax Credit.
Un accanimento terapeutico verso una forma di intrattenimento popolare rimasto, nel corso degli anni, senza neanche un popolo da intrattenere.
Se infatti, un tempo, la povertà narrativa e formale dei cinepanettoni veniva giustificata con gli incassi che, oltre a rianimare il box office, riuscivano nell’impresa di dar filo da torcere anche ai blockbuster americani, è ormai da tempo che il fine meramente commerciale ha smesso di essere una spiegazione valida al fatto che si continuino a produrre simili obbrobri.



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La squadra è la stessa dell’appena meno orrendo Matrimonio al Sud dello scorso anno, così come lo schema narrativo che vede interagire goffamente – agli estremi opposti di uno spettro generazionale che idealmente vorrebbe coprire diverse fasce di pubblico – due coppie di genitori e i loro rispettivi figli, qui alle prese con le gioie e i dolori dell’amore ai tempi del web.
Tutta la storia ruota attorno a un sito di incontri online chiamato Cupido 2.0 e a una vacanza durante la quale i ragazzi avranno finalmente modi di incontrare le proprie fidanzatine virtuali.
Ma in mezzo c’è anche spazio per una fashion blogger interpretata da Anna Tatangelo e per una sedicente ballerina di burlesque che però, quando si tratta di spogliarsi, riesuma lo strip tease di Kim Basinger in 9 settimane e ½.
Senza dimenticare la scheggia impazzita Enzo Salvi nei panni di un tamarro affetto da problemi intestinali alla disperata ricerca di sesso facile.
Ora, volendo anche prescindere dalla ridicola pretesa che ha il film di parlare delle moderne declinazioni dell’interattività social senza avere la più pallida idea di come realmente funzionino (i protagonisti si riempiono la bocca di termini come follower o influencer come se, da soli, bastassero a garantire al film un attestato di contemporaneità) o da una rappresentazione dei giovani che è più o meno bloccata agli standard sociologici de I ragazzi del muretto, il reale problema di Un Natale al Sud è che non fa ridere, praticamente mai.

Fa talmente poco ridere questo teatrino di mogli insoddisfatte pronte a tradire i rispettivi consorti con chiunque passi loro davanti che gli autori pensano bene di recuperare un po’ di quella scatologia ripudiata con fermezza verso la fine degli anni ’90 per cercare di strappare almeno un paio di sghignazzi nella scena in cui Enzo Salvi si imbosca dietro a una duna per assolvere alle proprie funzioni corporali.
Ma niente da fare, neanche quello diverte, perché privo del cortocircuito intellettuale che rende esilarante certe cose quando a farle è Seth Rogen mentre Federico Marsicano (ex aiuto regista in altre pellicole dello stesso Boldi ora promosso dietro la macchina da presa) appare semplicemente come l’ultimo anello di una catena fatta del peggiore avanspettacolo e di battutacce da caserma. Un anello particolarmente debole anche dal punto di vista tecnico se consideriamo la sciatteria di inquadrature di fronte alle quali Pieraccioni sembra quasi un regista e un montaggio amatoriale che lascia che una scena confluisca in un’altra spesso senza neanche attendere che l’attore di turno abbia finito di recitare la sua battuta.
Poi, nelle interviste, Boldi andrà di certo ripetendo come questo Un Natale al Sud sia un film per famiglie, ma ci si chiede quale famiglia possa anche solo pensare di sorridere del razzismo insito in una scena in cui il comico ordina a un cameriere di colore di caricarselo sulle spalle e portarlo in giro o di una delirante gag fuori tempo massimo sull’abuso di Viagra.
Ci si chiede, soprattutto, se questo film possa davvero far ridere qualcuno. Anche i suoi stessi autori.

Voto 2

 

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Fabio Giusti

Da sempre convinto che, durante la proiezione di un film, nulla di brutto possa accadere, ha un passato da sceneggiatore, copywriter e altre prescindibili attività. A parte vedere film fa ben poco.

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