Wonder Woman

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Dopo i tonfi di Batman VS Superman: Dawn of Justice e Suicide Squad, alla DC Comics devono aver realizzato che l’unico modo per giocare nello stesso campionato della Marvel era, per l’appunto, marvellizzare un po’ i toni.
Il che si traduce nell’utilizzo massiccio di un’ironia per lo più assente nei due succitati film e una generale virata verso un mood assai meno cupo che, dalle impenetrabili nebbie di Gotham City, porta dritto all’elegiaca Themyscira, un’isola celata alla vista degli uomini e interamente abitata da amazzoni.
È qui che incontriamo per la prima volta una Diana bambina mentre osserva di nascosto alcune guerriere allenarsi nell’arte del combattimento e sogna di diventare, un giorno, come loro.
Peccato solo che sua madre, la regina Hippolyta, sia oltremodo protettiva nei suoi confronti e le proibisca categoricamente di combattere. Ma Diana è mossa da una scintilla di fuoco negli occhi ed è chiaro fin da subito che, una volta scoperto di essere l’unica risorsa in grado di salvare l’umanità dal malvagio dio della guerra Ares, seguirà il suo destino.



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A questo punto appare evidente come non solo Wonder Woman guardi alla Marvel – la genesi è in fondo vicina alle tematiche ultraterrene di un Thor e l’ambientazione bellica può facilmente ricordare il primo Capitan America – ma attinga anche all’universo femminile (e soprattutto femminista) di casa Disney.
Il candore della protagonista, unito alla forte determinazione e all’ambientazione insulare, non può non ricordare infatti Vaiana (o Moana, che dir si voglia), l’eroina del recente Oceania.
Fino a qui tutto bene ma, seppure non assimilabile ai seriosi disastri di Zack Snyder e David Ayer, il film di Patty Jenkins – assente al cinema dai tempi di Monster – non è esente da difetti, alcuni anche notevoli.
Il primo riguarda senza alcun dubbio l’aspetto squisitamente tecnico della faccenda, connotato da un utilizzo all’apparenza povero degli effetti speciali, se non altro rispetto agli standard a cui gli ultimi vent’anni di cinecomic ci hanno abituato. C’è, in generale, un’estetica più vicina a certi anni 80 che non alle mirabilie della CGI moderna. Resta da capire se sia il frutto di oggettivi limiti di budget o di una precisa scelta stilistica.

Poi il ritmo che, dopo un incipit impreziosito comunque dalla location esotica (l’isola di Themyscira è in realtà ricostruita nella splendida cornice di Matera) e dalla presenza, ahinoi breve, di Robin Wright, rallenta in una seconda parte che vira verso lidi spy adagiandosi però su un plot di banalità a tratti sconcertante che procede, senza particolari scossoni, verso il più telefonato degli epiloghi.
Altro problema piuttosto grave riguarda i dialoghi, alleggeriti fino a rasentare una naïveté che, se diverte nei botta e risposta densi di tensione erotica tra Gal Gadot e Chris Pine, mostra invece la corda quando si tratta di modulare l’enfasi con cui vengono descritti i rapporti tra l’eroina e l’immancabile villain.
Ora, evitando oculatamente qualsiasi forma di spoiler, ci limiteremo a dire che l’attore designato per quest’ultimo ruolo potrebbe non essere la scelta ideale, sia per la totale mancanza di physique du rôle, sia per l’abitudine dello stesso ad interpretare ruoli ambigui che, in qualche modo, predispone lo spettatore al disvelamento finale.
Discorso opposto merita la magnifica Gal Gadot, onnipresente sullo schermo e così a proprio agio con questo ruolo che l’atto del credere che sia realmente una dea non richiede neanche troppo sforzo da parte del pubblico.
Al netto delle imperfezioni resta il fatto che Wonder Woman sia il migliore dei cinecomic realizzati finora dalla DC (qualche maligno potrebbe dire che non ci voleva poi molto) oltre ad alimentare le scarse aspettative per il collettivo Justice League in arrivo nei cinema il prossimo autunno.

Voto 6

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Fabio Giusti

Da sempre convinto che, durante la proiezione di un film, nulla di brutto possa accadere, ha un passato da sceneggiatore, copywriter e altre prescindibili attività. A parte vedere film fa ben poco.

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