Venezia74 – Giorno 5

Di Andrea Bosco
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Se gli otto anni trascorsi da Samuel Maoz lontano dal Lido prima della rentrée di Foxtrot hanno garantito a quest’ultimo una visibilità forse eccessiva rispetto agli effettivi meriti del film, il ritorno di Paolo Virzì a Venezia esattamente due decenni dopo l’exploit di Ovosodo dà l’idea di un autentico, mastodontico evento giubilare, di un comitato di benvenuto delle grandi occasioni pronto ad accogliere nuovamente fra le sue braccia uno degli autori contemporanei nostrani più apprezzati dal pubblico medio.

L’occasione, ghiottissima, è quella del temerario lancio internazionale, a quindici anni dal disastro di My Name Is Tanino e a seguito di due opere più importanti che effettivamente riuscite come Il capitale umano e La pazza gioia, tappe che hanno segnato un punto di decisa rottura rispetto a quella poetica della provincia che aveva accompagnato il resto della filmografia precedente.



Adattando l’omonimo romanzo di Michael Zadoorian, con The Leisure Seeker l’autore de La prima cosa bella si toglie lo sfizio di affrontare, finalmente in modo pienamente ortodosso, il genere codificato del classico road-movie d’Oltreoceano, narrando l’ultimo viaggio in camper di una coppia di anziani coniugi minati rispettivamente da morbo di Alzheimer e da un cancro allo stadio terminale: la pagina scritta, spesso dura, poco indulgente e a tratti anche inconcludente, prende la forma di un adattamento mite, pacato e agrodolce, considerevolmente alleggerito e sofisticato (dal “pellegrinaggio” destinazione Disneyland attraverso i monumenti del kitsch del romanzo si passa al viaggio verso la Florida e la casa-museo di Hemingway lungo i luoghi della Storia americana più o meno recente), nonché, inevitabilmente, aggiornato ai tempi, come testimonia la scena, inserita ex novo, che vede i protagonisti aggirarsi fra le variopinte legioni di sostenitori di Trump.

E cavalcando l’onda del sentimento con la consueta leggerezza e senza affondare nella retorica, Virzì fa centro una volta per tutte e conferisce alla nuova stagione della sua produzione la compiutezza e la personalità delle sue trascorse glorie di casa nostra, grazie a una scrittura ricca e disinvolta (merito anche del coinvolgimento di Stephen Amidon, autore de Il capitale umano), a una cura formale sensibilmente maggiore – garantita innanzitutto dalla fotografia di Luca Bigazzi, alla sua seconda avventura USA dopo This Must Be the Place e alla sua prima collaborazione con Virzì – e soprattutto a una coppia di interpreti superiore a ogni elogio, con un’impetuosa e ciarliera Helen Mirren, abilissima a nascondere alla perfezione la propria britannicità con un magnifico accento bostoniano e, ancor più, con un sommesso, commovente e amabile Donald Sutherland, candidato più fattibile alla Coppa Volpi maschile finalmente alle prese con un ruolo che vale una carriera.

Certo, le concessioni alla tradizione pura a volte sfociano nel cliché (la sequenza della rapina e quella dell’adulterio confessato su tutte) e il tono, in vista dell’annunciato dramma finale, si fa spesso compiacente e fin troppo lieve, ma sono peccati veniali e comunque coerenti con l’identità di un film che, nei limiti della sua identità nazionalpopolare, può dirsi assolutamente riuscito.

Victoria e Abdul

E senza allontanarsi troppo dal bacino di utenza previsto, si arriva successivamente al caro, vecchio “cinema della nonna” di Stephen Frears, che con Victoria and Abdul firma ciò che è di fatto il sequel, a vent’anni di distanza, de La mia regina di John Madden, resoconto del rapporto confidenziale instauratosi fra la seconda monarca più longeva d’Inghilterra e il suo scudiero scozzese John Brown: la storia fa un salto di pochi anni, toccando la fase terminale del regno della grandmother of Europe e raccontando, con non pochi infiorettamenti, la sua amicizia con un giovane attendente musulmano arrivato dall’India.
L’esito è esattamente ciò che ci si aspetta, un evidente passo indietro rispetto alla forma smagliante degli affini The Queen e Philomena, una graziosa, confortante e inoffensiva storiella da sala da tè che azzera programmaticamente ogni pretesa storiografica e adotta un approccio romanzato a regola d’arte per il pubblico meno esigente.
Ciò non significa, tuttavia, che il film sia da buttare, anzi: dopo il mezzo passo falso di Florence, Frears ritrova la cifra del cinema che meglio gli riesce, affidandosi a un soggetto di facile presa e alle regole ferree del biopic, al solito sceneggiatore di lusso responsabile di uno script scoppiettante (dopo gli inestimabili Peter Morgan e Steve Coogan è il turno del commediografo Lee Hall) e a un cast da urlo che, oltre ad accogliere caratteristi di peso come il comico Eddie Izzard nei panni del futuro re Edoardo VII, Michael Gambon in quelli del primo ministro Gascoygne-Cecil e il defunto Tim Pigott-Smith in quelli del segretario privato Ponsonby, vede tornare un’impagabile, incantevole Judi Dench nei panni della regina Vittoria.
E nel suo equilibrio ben congegnato di gag e dialoghi esilaranti e di squarci di commozione, la prevedibilità d’insieme, l’adesione totale al canone e la superficialità del metodo non scalfiscono la validità di quello che intendeva essere solo ed esclusivamente puro, elegante intrattenimento.
La sezione Orizzonti, invece, aggiusta notevolmente il tiro e presenta uno dei concorrenti più memorabili dell’interno programma, Los versos del olvido, ambizioso progetto che segna il debutto sulla lunga distanza del giovane cineasta iraniano Alireza Khatami, che sbarca in Sudamerica connettendo al contesto della dittatura cilena e della tragedia dei desaparecidos memorie e suggestioni legate al caso delle migliaia di “senza traccia” vittime del regime di Teheran: è la combinazione felicissima e già matura di uno stile immaginifico e singolare che non si lascia mai subissare dal simbolismo e di una scrittura capace di rivedere da un punto di vista originale – nonché, curiosamente, esterno – una delle più devastanti sciagure umane del secondo Novecento, un’allegoria chiara e struggente che non teme di assumere i connotati di una grottesca, opprimente ballata macabra impregnata di compassione e di morte.
Un esordiente assoluto come se ne contano sulle dita di due mani, insomma, da seguire con attenzione confidando nel criterio della Giuria di Orizzonti.

Ex Libris
Il Concorso, invece, arriva al suo giro di boa e va finalmente in gloria con il mastodontico EX LIBRIS, nuova incursione nei meandri delle istituzioni pubbliche con cui Frederick Wiseman, l’inventore del documentario moderno, completa la sua ultima trilogia dedicata alle massime cattedrali della cultura occidentale anglo-americana aperta da At Berkeley, dedicato all’omonima università californiana, e proseguita con l’approdo in terra di Albione di National Gallery: centro dell’azione, questa volta, è la New York Public Library, terza maggiore biblioteca degli Stati Uniti, sviscerata e frazionata nelle varie sezioni che la compongono, dalla sede centrale alle succursali, dalle riunioni private degli organi collegiali agli eventi di ampio richiamo popolare (le working class di Elvis Costello e di Patti Smith), dalle occasioni didattiche dedicate ai bambini agli incontri ricreativi riservati agli anziani.

Il linguaggio di Wiseman è, come avevamo già detto riferendoci al capolavoro In Jackson Heights, sempre quello del “saggio entomologico monstre”, ravvicinatissimo ma distaccato, partecipe ma fattuale, segnato da una precisione maniacale che riesce nei suoi 200 minuti di durata a disporre i tasselli più disparati in un ordine da maestosa sinfonia del dettaglio, a cui forse la dimensione totalmente “chiusa” impedisce di pervenire a quel singolo episodio-acme in grado di far deflagrare il carattere epico del reportage (il talent show manicomiale di Titicut Follies, le manifestazioni studentesche di At Berkeley, il monaco che insegue per un tempo infinito la mosca in Essene), ma che, oltre a tantissimi momenti indimenticabili come le lezioni di Braille, la registrazione dell’audiolibro, la presentazione dello sterminato archivio fotografico, la veloce tappa all’interno dei meccanismi di smistamento, la torrenziale esibizione del giovane poeta-slam, conclude significativamente il tutto con un discorso sul metodo che sa quasi di riassunto testamentario e di definitiva dichiarazione di poetica.
Cinema vivissimo, pulsante e, come al solito, assolutamente prezioso, che dimostra quanto il prolifico cineasta di Boston sappia raccontare il passato, il presente e, pur sulla soglia dei novant’anni, il futuro della sua Nazione meglio di qualunque suo compatriota.

 

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