Ella & John – The Leisure Seeker

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Considerando le prime indiscrezioni sull’imminente Notti magiche e a giudicare dall’accoglienza tutto sommato tiepida riservata alla sua ultima fatica tanto al suo debutto veneziano quanto alle sue timide prime tappe promozionali oltreoceano, non desta sorpresa il desiderio di Paolo Virzì di ritornare a coordinate più familiari e di rinunciare nuovamente a inseguire l’America dopo la batosta giovanile di My Name Is Tanino e dopo opere di maggiore respiro internazionale come Il capitale umano e La pazza gioia.
Non è un caso se ad affollare sin dagli esordi la sua filmografia sono quasi esclusivamente uomini e donne provenienti da un’estrazione sociale e geografica provinciale, dalla casalinga di Piombino de La bella vita al liceale dei quartieri proletari di Ovosodo, dalla famigliola viterbese di Caterina va in città alla studentessa palermitana di Tutta la vita davanti, tutti alle prese con una realtà più grande di loro – sia essa la metropoli, l’età adulta, la sfera borghese o, più semplicemente, la vita di tutti i giorni – che finirà per sedurli per poi emarginarli o farli ritornare sui propri passi.



È per certi versi quanto accaduto al Virzì di questo quinquennio, un autore che ha cercato di scrollarsi di dosso quella forte connotazione a livello locale che ne aveva decretato la fortuna e che lo aveva distinto dagli sciami di un cinema medio di casa nostra che è oggi in via di estinzione. Un’evoluzione che indubbiamente ha pagato in termini di risonanza (anche estera) e che gli ha offerto la possibilità di smarcarsi da quel ruolo di erede definitivo, complice anche l’apprendistato sotto l’egida di Furio Scarpelli, della commedia all’italiana che fu, ma che, a fronte di una conquistata maturità e di una maggiore consapevolezza del mezzo, ci ha riproposto un cineasta sempre meno caratteristico e sempre più generico, sicuramente meno circoscritto a un immaginario specifico ma anche, spiace ammetterlo, quasi nullificato dal contributo dei collaboratori di turno, nella fattispecie quello Stephen Amidon che fornì la base letteraria de Il capitale umano e quella Francesca Archibugi che, a posteriori, viene spontaneo riconoscere come la vera responsabile de La pazza gioia.

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L’impressione si ha anche questa volta, con lo scrittore statunitense e la regista capitolina chiamati in tandem a partecipare all’adattamento di In viaggio contromano, breve romanzo di Michael Zadoorian, occasione che ha consentito a Virzì di accrescere le suggestioni rocambolesche del film precedente applicandole a quelli che sono i suoi scenari per eccellenza, ovvero le sterminate strade statali del Nuovo Continente.
Il risultato è Ella & John, il resoconto dell’ultimo viaggio in camper di una coppia di anziani coniugi minati rispettivamente da morbo di Alzheimer e da un cancro allo stadio terminale, una trasposizione che stempera i toni spesso duri, poco indulgenti e a tratti anche inconcludenti della pagina scritta nella dimensione mite, malinconica e agrodolce di cui Virzì è stato efficacissimo narratore, con un significativo cambio di rotta rispetto alla sorgente: non più un “pellegrinaggio” destinazione Disneyland sulla Route 66 e attraverso i monumenti del kitsch più squallido ma un percorso verso la Florida e la casa-museo di Ernest Hemingway lungo i luoghi della Storia americana più o meno recente, inclusa un’inevitabile divagazione nel contemporaneo, come testimonia la sequenza, inserita ex novo, che vede marito e moglie aggirarsi fra le vocianti legioni di sostenitori di Trump.

Un passaggio che, da solo, riassume l’attitudine piuttosto approssimativa con cui Virzì affronta la sua personale avventura a stelle e strisce, quasi a volersi levare a quindici anni di distanza, quello sfizio che la trasferta fallita di My Name Is Tanino, per via del crac Cecchi Gori, non era riuscita a essere: manca, in buona sostanza, quel discorso sul territorio e sulla società in grado di ritrarre le tappe dell’itinerario come qualcosa di più di una semplice antologia di cartoline, quell’interazione osmotica tra personaggi e ambiente che è componente essenziale di qualsiasi roadmovie e che qui emerge solo da sporadici richiami all’attualità e da qualche cenno citazionistico buttato lì, dovuto alla scelta, discutibile e un po’ vanitosa, di traslare i protagonisti del libro da quel ceto operaio che, soprattutto oggi, rappresenta il volto più attendibile degli USA, a quella middle-class colta e intellettuale quanto mai lontana da quell’ottica popolare e di quello sguardo “dal basso” a cui Virzì, bravissimo a trovare quella “verità nascosta nelle canzonette” di cui parlava Truffaut, sapeva conferire statura nobile.

Si avverte la voglia di avvicinare un linguaggio da sempre sghembo e impreciso all’ortodossia del cinema “regolare” hollywoodiano, cosa che peraltro a Virzì, grazie alla penna disinvolta di Amidon e a una cura formale sensibilmente maggiore garantita innanzitutto dalla sua prima collaborazione con Luca Bigazzi, riesce anche discretamente, ma che cosa resta, al cospetto di tanto svogliato, convenzionale mestiere, della peculiarità di un regista pronto anche a sbandare (come nel caso del pasticcio di N – Io e Napoleone) pur di rimanere fedele alla sua personalità?
Di certo la capacità di trarre il meglio dal proprio cast, per una volta privo del consueto parco di caratteristi e limitato a un duo di interpreti superiore a ogni elogio, un’impetuosa e ciarliera Helen Mirren, abilissima a nascondere la propria britannicità con un plausibile accento sudista e, ancor più, un commovente e amabile Donald Sutherland, straordinario a lavorare di sottrazione, un’accoppiata molto bene assortita cui lo script impone qualche cliché di troppo (la scena della rapina e la confessione dell’adulterio, per menzionarne un paio) e qualche digressione comica malriuscita (la visita al vecchio fidanzato di lei e l’abbandono alla stazione di servizio, due episodi non presenti nel libro), ma che sa rendere autentico e credibile – specie quando entra in gioco il tema ricorrente delle diapositive e in un quarto d’ora finale che non si scorda – quel legame viscerale che è poi ciò che fa davvero la differenza in un film industriale tanto gradevole quanto effimero, professionale e corretto, sì, ma anche eccessivamente schematico e stereotipato.

Una bella soddisfazione, insomma, per un toscano di periferia la cui principale preoccupazione era, citando il titolo di lavorazione de La bella vita, “dimenticare Piombino” e lasciarsi alle spalle quella amata/odiata Livorno che funge comunque da epicentro ai due massimi capolavori della sua carriera (ossia Ovosodo e La prima cosa bella), ma anche il chiaro punto di arrivo di una fase esplorativa fruttuosa ma interlocutoria che, si spera, ci restituirà, con un po’ di esperienza in più, la spigliatezza e la genuinità del Virzì di un tempo.

Voto 6

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