Smetto quando voglio – Ad Honorem

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La verità è che dietro il successo della trilogia della “banda dei ricercatori”, di cui questo Smetto quando voglio – Ad Honorem è perfetta conclusione, c’è un’idea di commistione tra commedia e genere molto poco battuta in Italia, almeno fino al 2014, anno di uscita del primo capitolo della saga. Poi, certo, è arrivato Gabriele Mainetti a rilanciare la formula in chiave cinecomic con il suo Jeeg Robot, ma la matrice originale è tutta in quel piccolo e divertentissimo film con cui un giovane regista di Salerno si divertiva ad aggiornare il pattern narrativo de I soliti ignoti all’epoca del precariato, ibridando il tutto con le suggestioni soderberghiane chiaramente mutuate da un’altra saga, quella di Ocean. Il gioco, poi, si è fatto via via più grande – anche in termini di puro budget – fino a culminare nella complessa e spettacolare scena dell’assalto al treno di Smetto quando voglio – Masterclass, ma, nonostante ciò, non ha mai smesso di palesare in maniera evidente la sua natura, per l’appunto, ludica.
Perché, al netto di una scrittura sempre brillante e capace di smarcarsi in ogni momento dall’ovvietà della gag o della battuta facile, ciò più che diverte di tutti e tre i film di Sydney Sibilia, è proprio il pensare a quanto si siano divertiti gli stessi attori coinvolti durante le riprese.

Stefano-Fresi

E se Masterclass aveva il compito di rilanciare la posta in gioco, anche con l’inserimento (tra l’altro negli ultimi minuti di film) di un villain tout court (Luigi Lo Cascio), Smetto quando voglio – Ad Honorem deve, per forza di cose, chiudere i giochi, e farlo in modo convincente. Il rischio, in caso contrario, è quello di guastare quanto di buono fatto finora. Ma i meccanismi sono fin troppo oliati, così come l’alchimia tra i membri del cast che, a tratti, sembrano quasi non seguire un copione. Ed ecco che la sensazione è più o meno quella di una rimpatriata tra amici che si sa già che, dopo, non si rivedranno per un po’. Laddove però la tentazione di “buttarla in caciara”, contando tutto sulla naturale simpatia che ormai il pubblico ha sviluppato per Pietro Zinna (Edoardo Leo) e soci, poteva essere forte, Sibilia è ancora una volta bravo a gestire l’equilibrio tra adorabile cazzeggio e una struttura narrativa talmente solida da illudere anche lo spettatore più scafato che certi snodi (ad esempio il furto del cromatografo in parallelo all’incidente automobilistico del chimico Alberto/Stefano Fresi) potessero essere già contemplati quattro anni fa, quando sappiamo benissimo che l’idea dei due sequel è nata a posteriori, sulla scorta dell’insperato successo – 4,5 milioni di euro di incasso – del primo.

L’interesse per la continuity è tale da spingere l’autore a sacrificare anche l’indiscussa verve comica di alcuni dei nomi coinvolti (uno per tutti, il latinista Valerio Aprea che, da solo, meriterebbe uno spin-off) pur di tracciare una chiusura del cerchio che non lasci in alcun modo spazio al non detto. Il risultato segna una maggiore apertura della storia all’umanità dei personaggi, processo esemplificato dal confronto tra i due “cattivi” Murena (Neri Marcorè) e Walter Mercurio (Lo Cascio) la cui genesi contribuisce a dar loro una dignità che li allontana dalla possibile deriva caricaturale che, in casi del genere, è sempre dietro l’angolo.
Resta qualche perplessità per certe scelte di fotografia discutibili e fin troppo connotate (l’onnipresente verde acqua) che immaginiamo abbiano il solo compito di creare un trait d’union estetico tra le tre pellicole della saga ma, alla lunga, tendono a stancare.
Ma sono particolari che (quasi) nulla tolgono al piacere di un Fresi irresistibile negli inediti panni del Conte d’Almaviva de “Il barbiere di Siviglia” o della rocambolesca fuga dal carcere dei nostri.
Si sentirà la mancanza della banda dei ricercatori, non c’è dubbio. A meno che le loro gesta – e quelle di Sidney Sibilia, ovvio – non spingano altri all’emulazione. Ché, la salvezza del cinema italiano, magari si trova proprio da queste parti.

Voto 7,5

 

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Fabio Giusti

Da sempre convinto che, durante la proiezione di un film, nulla di brutto possa accadere, ha un passato da sceneggiatore, copywriter e altre prescindibili attività. A parte vedere film fa ben poco.

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