Assassinio sull’Orient Express

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Di fronte alla notizia di una nuova trasposizione cinematografica di Assassinio sull’Orient Express, ci scommetto, saranno stati in molti a tremare o, tutt’al più, a storcere il naso. Forse perché l’omonimo film diretto da Sidney Lumet nel 1974 rappresenta un modello già di per sé perfetto. Oltre a vantare uno dei migliori Poirot di sempre, quello magistralmente interpretato da Albert Finney.
La paura maggiore però era che la struttura così fieramente retrò di un giallo scritto più di ottant’anni fa potesse essere stravolta in chiave modernista (o, ancor peggio, action) nel tentativo di attualizzarne la forma onde raggranellare pubblico giovane. E se un’operazione del genere non può dirsi sbagliata in termini generali – ha, ad esempio, dato i suoi frutti con la serie Sherlock – non è detto che possa andar bene anche per Agatha Christie.
La prima garanzia è fuor di ogni dubbio la presenza in cabina di regia di Kenneth Branagh che, prima di dirigere Thor e Jack Ryan – L’iniziazione, è stato forse il più importante traduttore in immagini dell’opera – moderna quanto si vuole ma comunque d’antan – di William Shakespeare. La scelta del regista britannico si rivela vincente non solo per la supposta ortodossia filologica, ma soprattutto in virtù della sua estrazione teatrale. Branagh intuisce infatti come l’unità di luogo imposta dalla narrazione porti il lussuoso Orient Express ad essere qualcosa di molto più simile a un palcoscenico che non a un set e, di conseguenza, modula il suo film come una pièce teatrale di cui Poirot, in quanto onnisciente, non può essere altro che il metteur en scène.



Murder-on-the-Orient-Express

Ma il regista è anche un navigato uomo di cinema e conosce benissimo le differenze tra un mezzo e l’altro così che una delle prime cose a colpire di questo Assassinio sull’Orient Express sia proprio il respiro cinematografico che lo porta ad aprire le danze con delle panoramiche mozzafiato (il film è interamente girato su pellicola 65mm) del Muro del Pianto di Gerusalemme. Tutto ciò, oltre a pagare un evidente pegno a David Lean, crea una contrapposizione netta tra i campi lunghi e gli ampi spazi dell’incipit e gli ambienti ben più angusti che ospiteranno l’azione da quel momento in poi. C’è, in generale, una sontuosità formale che ammalia perché rimanda in maniera diretta a un’idea di cinema antico, poco o per nulla scalfito dall’ovvio ricorso al digitale per le riprese del treno in corsa. In questo Branagh sembra quasi scrollarsi di dosso la pretesa di un approccio di totale aderenza al testo per puntare invece sul confronto diretto con il capolavoro di Lumet da cui mutua, in primo luogo, il cast all-star. Laddove all’epoca c’erano nomi del calibro di Lauren Bacall, Ingrid Bergman e Sean Connery, adesso troviamo infatti Johnny Depp (al solito gigionesco come solo lui sa essere), una ritrovata Michelle Pfeiffer  e l’impeccabile Willem Dafoe.
Solo che, proprio nell’utilizzo di un tale tripudio di talenti si ravvisa forse l’unico scarto di Branagh rispetto alla matrice originale, sia letteraria che filmica, e che corrisponde alla radicale trasformazione del più classico dei gialli corali in un’avventura che ha come unico protagonista assoluto l’infallibile detective belga Hercule Poirot.

Da presenza fondante ma  quasi invisibile per meglio favorire lo sviluppo dell’intreccio, Poirot qui guadagna il centro della scena relegando il nutrito parterre di comprimari al ruolo di figurine morali, spettri di un “Natale passato” che non si sforzano nemmeno più di tanto per emergere dal mucchio, come invece ci si aspetterebbe visto il prestigio dei nomi coinvolti.
Rispetto al buffo e panciuto deus ex machina di Agatha Christie, Branagh adatta il personaggio a una curva comportamentale che muta – e in questo sì, il suo Poirot si fa indiscutibilmente moderno – nell’arco del racconto. Non è un caso che, una volta finito il film, ciò che rimane maggiormente sia la maiuscola interpretazione di Kenneth Branagh più che degli altri, seppur bravissimi, interpreti. Se teniamo conto poi della perfezione di certe scelte registiche (il lungo piano sequenza che accompagna l’ingresso di Poirot sul treno e il ritrovamento della vittima interamente ripreso dal soffitto) si può dire senza timore di smentita che Assassinio sull’Orient Express, prima ancora che un giallo perfetto, rappresenti la veemente presa di coscienza di sé come regista di un Branagh costretto, ormai da più di dieci anni, a sparire stilisticamente – sfido chiunque a riconoscere la sua mano dietro il recente remake in live action di Cenerentola) dietro progetti più grandi di lui.
In definitiva un’operazione molto meno nostalgica di quanto si possa pensare.

Voto 7

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Fabio Giusti

Da sempre convinto che, durante la proiezione di un film, nulla di brutto possa accadere, ha un passato da sceneggiatore, copywriter e altre prescindibili attività. A parte vedere film fa ben poco.

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