Somewhere

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Conclusa la sua ideale trilogia con Virgin Suicides, Lost in Translation e Marie Antoinette, la “figlia di” prodigio Sofia Coppola sceglie di tornare osservando il mondo da un punto di vista maschile. E se già nel suo secondo film questo accadeva attraverso l’indimenticabile personaggio di Bill Murray, in Somewhere la star di Hollywood Johnny Marco non può contare su nessuna donna che porti un po’ di pepe nella sua esistenza vuota. O almeno, questo è quello che crede. Intrappolato fra una conferenza stampa (lucido il ritratto di Coppola sulla vuotezza di un certo giornalismo di settore) e uno striptease privato nella stanza d’hotel nella quale vive, Johnny è un automa al servizio dei blockbuster made in Hollywood. Un giorno, nella sua vita si apre una parentesi inattesa: vivrà qualche giorno con Cleo, la figlia undicenne. Cleo si ritrova così sbalzata nella vita straordinariamente monotona del padre, tra una partita a Guitar Hero davanti al plasma della suite, e un viaggio a Milano per ritirare un premio ai Telegatti.



Coppola delimita in inquadrature immobili ma mai statiche un mondo fatto di riti, rituali e paradossi (impietosa e purtroppo realistica la rappresentazione dell’Italia televisiva scosciata), fotografando alla perfezione la monotonia delle vite dorate dello showbiz. Nulla di quello che circonda Johnny Marco è verosimile, ma tutto è assolutamente reale. Molto attenta a non lasciarsi andare a giudizi, la regista si limita a gettare un occhio sull’incontro tra padre e figlia. Ma anziché farne un road movie di formazione, crea un film che alla fine sembra una Polaroid di un tempo felice. Si dice spesso, dei film di Sofia Coppola, che “non succede niente”. E questo è verissimo per quanto riguarda Somewhere. A un’occhiata superficiale o almeno insofferente, il film può sembrare a tratti un esercizio di stile o una lentissima storia con pochi ingredienti. In realtà, Sofia Coppola riesce ancora una volta a parlarci di uno splendido nulla, ricordandoci che le sensazioni, le emozioni, i lampi di pensiero possono trovare spazio anche su uno schermo.

Voto 7

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Francesco Bernacchio

Appassionato di pop a trecentosessanta gradi, ama il cinema d'evasione, l'animazione e i film che non durino più di due ore.

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