Roma accoglie Richard Gere

Di Carolina Tocci
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Battute finali al Festival del cinema di Roma, che chiude in bellezza la sua sesta edizione con uno degli attori più amati del cinema americano, Richard Gere. La kermesse lo ha omaggiato questa sera con la proiezione di una copia restaurata di Days of Heaven, di Terrence Malick, regista che gli offrì per primo un ruolo da protagonista.
Sorridente, in completo grigio e camicia azzurra, Mr. Gere ha risposto alle domande dei giornalisti questa mattina, durante una gremita conferenza stampa. I temi toccati sono stati i più differenti: dal suo lavoro di attore, all’impegno per aiutare il Tibet passando per la religione buddista, fede abbracciata ormai da tempo. Da sempre impegnato nel sociale e da anni in prima linea per cause civili quali la lotta all’Aids e la difesa dei diritti umani, qualche giorno fa l’attore ha deciso di mettere all’asta per beneficenza tutte le chitarre in suo possesso, incassando la cifra record di un milione di dollari.

Ha un volto sereno e pacato, una cosa bizzarra per un attore di Hollywood, e i sessantadue anni raggiunti, non hanno minimamente intaccato il suo fascino, anzi.
Mette al primo posto la sua famiglia, Richard Gere, la moglie Carey e suo figlio di undici anni Homer, subito dopo vengono i suoi “teachers”, i suoi maestri di vita buddisti con cui trascorre molto tempo e con cui combatte molte battaglie. E poi c’è la recitazione e la sua carriera di attore, che non è niente di più se non un bel lavoro.



Mr. Gere, la emoziona rivedersi, oggi, nel film di Malick? Quasi tutti i grandi attori sono diventati registi o hanno aperto una casa di produzione, a lei non interessa compiere un passo simile? E poi come vede il suo futuro?

“Quanto tempo è passato… Trentasei anni. Non vedo Days of Heaven da allora. Sono emozionato di rivederlo stasera insieme a mia moglie, inoltre so che la copia che verrà presentata è davvero molto bella, quasi perfetta. Io vedo la recitazione come un lavoro, un lavoro maglifico, ma niente di più. La vita per me è la cosa più importante, la prendo molto sul serio. Certo, quando recito cerco di dare il meglio di me, ma sono umile perché so che quello che faccio non è granché. Non voglio dare l’impressione di uno che non attribuisce alcuna importanza a ciò che fa, cerco solo di non esagerare. Riguardo al resto della domanda, se ho mai aperto una casa di produzione, la risposta è sì, ne ho avuta una per un po’ di tempo, ma a dire la verità è stata solo uno spreco di forze. Preferisco occupare il tempo con altre attività. Ho prodotto qualche film, pellicole che mi piacciono ancora, ma non mi interessa molto. Riguardo al futuro, io non lo pianifico mai. Tempo fa mi piaceva scrivere sceneggiature, io sono il tipo di persona che se si trova qualcosa sul proprio camino, lo prende come uno spunto per porsi delle domande, e le domande presuppongono una scoperta, un viaggio. E’ questo quello che mi interessa di più, il non sapere mai dove puoi andare a parare, puoi prendere strade molto differenti. Direi che per me recitare è come un viaggio nella vita più che un modo di fare carriera che, sinceramente, non mi interessa”.

Quali sono le cose che mette al primo posto nella sua vita?

“Il rapporto con la mia famiglia occupa il primo posto, così come i miei maestri. Sono appena tornato da Kathmandu, dove ho partecipato al rito per la morte di uno dei miei maestri, una figura che ha avuto grande influenza nella mia vita. Un’esperienza molto significativa per me. Poi sono stato a Dharamsala, in India, per degli incontri, tra cui c’era anche il Dalai Lama. La mia vita è tutto questo insieme di cose, e poi c’è la mia carriera, che mi piace e che mi diverte. Mi dà anche la possibilità di essere libero, di viaggiare molto, come piace a me, di parlare con voi e di condividere con voi le mie esperienze. Fare film per me è un incanto. Quando perderò questo incanto, smetterò. E, credetemi, per me non sarà un problema”.

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Carolina Tocci

Giornalista freelance e blogger, un giorno le è venuta l'idea di aprire questo sito. Scrive di cinema e gossip e nel buio di una sala cinematografica si sente a casa.

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