Pasolini

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Disclaimer: la recensione che segue tiene conto della versione originale del film proiettata alla 71a Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia e non considera le eventuali migliorie apportate dal doppiaggio italiano, modifiche che non risolleverebbero comunque il giudizio sull’opera in toto.



Gli spettatori della Sala Darsena del Lido di Venezia stenteranno a dimenticare il piccolo, inquietante incidente di percorso che ha preceduto la presentazione di Pasolini: introduce il tutto come di consueto la sigla firmata da Simone Massi, compare sospettosamente il logo della poco pertinente Voltage Pictures e partono i credits, accompagnati dalla ripresa zenitale di una tomba scoperchiata seguita dal dettaglio ipervelocizzato di un cuore rimesso in funzione da una scarica elettrica, in piena iconografia da b-movie

Proiezione interrotta, luci accese, risate in platea: si trattava di Burying the Ex di Joe Dante, in programma immediatamente dopo.

Niente di diverso da un comune inconveniente tecnico, certo, ma al termine degli avvilenti 86 minuti successivi la casuale associazione d’idee sorge spontanea. L’ultima fatica di Abel Ferrara a poco più di sei mesi dall’ultimo Welcome to New York “riporta in vita” il regista e poeta bolognese con una volgarità e una grossolanità – deprecabili, in quanto involontarie – non così lontane dal ricercato e intenzionale microcosmo trash dell’artefice di Gremlins, lo assembla meccanicamente e scolasticamente come un mostro di Frankenstein riassestato suo malgrado con materiali di risulta e lo lascia vagare deumanizzato e già morto fino all’inevitabile massacro finale.

L’operazione del maestro di Fratelli, i cui apici di carriera a questo punto viene lecito accreditare al contributo fondamentale del “compianto” Nicholas St. John, vorrebbe dirsi un omaggio, ma si ferma sulle coordinate del compitino e del bignami, si imbarca nell’impresa impossibile e sciagurata di riassumere convenzionalmente, episodicamente e in una stiracchiatissima ora e mezza la figura pubblica e privata di una personalità cui già difetta un nutrito corpus saggistico dedicatogli postumo, evidentemente incapace di andare oltre il canonico ritratto encomiastico (il titolo lapidario ne è già lampante indice). Come se non bastasse, poi, l’ormai irriconoscibile Abel Ferrara si rivela essere l’opzione più pretenziosa e meno adatta al gravoso (e inservibile) incarico di tradurre in immagini gli ultimi sogni e progetti dell’intellettuale romagnolo (soprattutto il romanzo Petrolio e il film Porno-Teo-Kolossal, con un metacinematografico ma non meno sbagliato Ninetto Davoli nei panni del protagonista destinato a Eduardo de Filippo) e ciò che ne esce è un pasticcio indegno minato da idee registiche biasimevoli, come i dialoghi introdotti timidamente in italiano e condotti poi interamente in inglese con risultati ridicoli (tanto valeva puntare allo schietto artificio con l’uso della lingua di Albione dall’inizio alla fine o scegliere interpreti esclusivamente nostrani), da scelte di casting scellerate (Willem Dafoe, assolutamente inadeguato, è soltanto un tizio truccato da PPP con una voce inaccettabilmente cavernosa, la Laura Betti di Maria de Medeiros è pura macchietta e il Ninetto Davoli di uno spaesatissimo Riccardo Scamarcio fa venire i conati), da una pressoché totale mancanza di rispetto per la materia (le sventagliate presunte certezze di Ferrara sull’omicidio all’Idroscalo si traducono in incontrollati vaneggiamenti e in un cinico scempio) e dall’arroganza senza pari di un autore che si sente onnipotente nel suo concretizzare l’incompiuto, senza averne, peraltro, le capacità immaginifiche e la visione di insieme, e che invece ha da tempo perso ogni lucidità.

Un obbrobrio indecente, insomma, reso ancora più insopportabile dalle sue fallite finalità celebrative.
Per un autentico, sentito e non strombazzato omaggio a Pasolini, meglio recuperarsi l’ottimo (e quasi scomparso) Nerolio di Aurelio Grimaldi.

Voto 3

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