I due volti di gennaio

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Atene, 1962. Una coppia passeggia tra le rovine del Partenone. Sono Chester (Viggo Mortensen), elegante e carismatico consulente d’affari americano e sua moglie Colette (Kirsten Dunst), giovane e bellissima. Nelle loro vite entra per caso Rydal (Oscar Isaac), una guida turistica che spesso ricorre a qualche trucchetto per spillare soldi ai suoi clienti. I tre si ritroveranno presto in fuga da tutto e da tutti, cercando nascondigli prima tra i paesaggi desolati e i paesini remoti dell’isola di Creta e poi fino in Turchia. Non ci vuole molto perché i loro equilibri inizino a vacillare, facendo venir fuori l’aspetto peggiore del carattere di ognuno. Nel corso della fuga, Chester abbandonerà presto quell’atteggiamento disinvolto e rilassato da alto borghese in vacanza, rivelando aspetti opachi e segreti del suo passato, mentre Rydal non riuscirà più a nascondere la forte attrazione per Colette.

Tratto dall’omonimo romanzo di Patricia Highsmith (già adattato per il grande schermo nel 1986 da Wolfgang Storch e Gabriela Zerhau) ed esordio alla regia di Hossein Amini, sceneggiatore di Drive, 47 Ronin e Biancaneve e il cacciatore, I due volti di gennaio è un thriller potenzialmente intrigante, con le giuste atmosfere e ben recitato, ma ha nella mancanza di suspence e nello sfilacciamento finale dello script le sue pecche più evidenti. La musa ispiratrice di grandi autori del cinema, da Hitchcock a Wenders e Minghella, ha voluto dare alla sua opera un titolo che richiamasse l’ambiguità che si nasconde in ciascuno dei personaggi. Il chiaro riferimento a Giano Bifronte, divinità romana custode di ogni forma di mutamento, iconograficamente rappresentata da due volti speculari (nella sua riforma del calendario, Numa Pompilio dedicò a Giano il primo mese successivo al solstizio d’inverno, gennaio appunto), che è uno dei cardini del romanzo, nel film regge fino a un certo punto. Va bene la doppiezza che ognuno dei protagonisti porta con sé, ma il ruotare intorno al contrasto tra ciò che appare e ciò che è non riesce ad essere l’aspetto dominante della storia – cosa che accadeva nel libro – e viene retrocesso al più semplice ruolo di espediente narrativo.

Dal Partenone alle rovine di Creta, la macchina da presa dell’anglo-iraniano Amini ci accompagna sì in luoghi esotici (nel 1962 lo erano, soprattutto se visti attraverso lo sguardo di una coppia di americani) di cui riusciamo a percepire l’essenza e ci mostra una certa abilità nel trasporre sullo schermo personaggi di matrice letteraria, ma al suo lavoro mancano grinta e incisività. Se l’aspetto migliore del romanzo (di certo non tra i più riusciti della Highsmith) risiede nel lento ma inarrestabile percorso di discesa negli inferi da parte dei tre protagonisti, con un incipit vacanziero e spensierato che sprofonda, pagina dopo pagina, nel torbido e nell’ossessivo insinuando nel lettore quell’inquietudine che risiede in ogni buon thriller, nel film tutto questo è solo accennato. E quel sottile quanto efficace meccanismo narrativo nel quale la dimensione psicologica dei personaggi sostiene un peso non indifferente, praticamente svanito. Rimane Viggo Mortensen, impeccabile fino alla fine, nel suo abito di lino sgualcito in stile coloniale, l’algida eleganza di Kirsten Dunst e gli sguardi profondi di Oscar Isaac, lontani però da quando si aggirava infreddolito per il Greenwich Village, rispondeva al nome di Llewin Davis e a dirigerlo c’erao i Coen.

Voto 6

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Carolina Tocci

Giornalista freelance e blogger, un giorno le è venuta l'idea di aprire questo sito. Scrive di cinema e gossip e nel buio di una sala cinematografica si sente a casa.

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