The Imitation Game

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Ci sono voluti più di sessant’anni prima che la Gran Bretagna, e di conseguenza il mondo intero, rivedesse il proprio giudizio su Alan Turing. Circa un anno fa, era il 24 dicembre del 2013, la Regina Elisabetta ha concesso al brillante matematico inglese l’assoluzione reale, una sorta di grazia postuma, su richiesta del ministro della giustizia Chris Grayling, per onorarne la memoria e ricordarne il valore delle ricerche.
Alan Turing è lo scienziato noto, tra le altre cose, per aver realizzato una macchina astratta con le caratteristiche primarie di un sistema da calcolo universale che, opportunamente programmato, era in grado di eseguire ogni tipo di operazione (ossia leggere, scrivere, memorizzare ed elaborare qualunque informazione). Grazie a questa invenzione, riuscì a decifrare il codice Enigma e con esso le trasmissioni naziste, contribuendo in modo decisivo alla vittoria degli alleati contro la Germania di Hitler, accorciando il conflitto di oltre due anni e salvando numerose vite umane. A tutt’oggi la Macchina di Turing rappresenta il più potente strumento di calcolo conosciuto, nel senso che per ogni problema per cui è nota una procedura di soluzione, è possibile formulare un algoritmo eseguibile da una MdT.
E invece sull’esistenza di questa brillante figura fu impresso un marchio di infamia: la condanna per omosessualità nel 1952 e la castrazione chimica, cui seguì il suicidio, due anni dopo, si narra con un morso a una mela intrisa di cianuro, anche se l’ombra dell’assassinio di Stato non è mai stata accantonata completamente.



Questo per dire che una vita tanto straordinaria avrebbe meritato un film che lo fosse altrettanto. E invece The Imitation Game è una parziale delusione perché, nonostante sia un prodotto ben girato, confezionato e interpretato, manca di quel tocco in più, di quella complessità che ha caratterizzato la vita del personaggio che ha la presunzione di voler raccontare.
La pellicola si apre con l’arresto da parte della polizia britannica di Alan Turing (Benedict Cumberbatch), nel 1952, con l’accusa di atti osceni. Di fronte a un agente che lo crede una spia sovietica, l’uomo racconta come anni prima, durante il secondo conflitto mondiale, collaborò con le forze militari e coi servizi segreti per costruire la prima macchina in grado di decodificare Enigma, il misterioso generatore di messaggi in codice delle forze naziste, contribuendo in modo significativo alla vittoria degli Alleati.

Nonostante The Imitation Game non sia la prima pellicola sulla risoluzione del codice Enigma (arriva infatti dopo U-571 di Jonathan Mostow e Enigma di Michael Apted) di sicuro sarà la più celebre, per tutta una serie di motivi: l’appeal della storia, tratta dalla biografia di Alan Turing che è praticamente un film già scritto, la scelta dei protagonisti, Benedict Cumberbatch e Keira Knightley in primis, la regia affidata al giovane regista norvegese Morten Tyldum, autore del notevole thriller Headhunters, la fotografia di Óscar Faura (The Impossible, Biutiful, The Orphanage), il montaggio del Premio Oscar William Goldenberg (Argo, Heat, Zero Dark Thirty) e le musiche a Alexandre Desplat (The Tree of Life, Benjamin Button, The Grand Budapest Hotel). Chiudono il cerchio i fratelli Weinstein, che si sono aggiudicati la distribuzione americana del film.

Eppure The Imitation Game è ben lontano dall’omaggiare il genio che fu Alan Turing. Tutto appare freddo, studiato, romanzato e semplificato in maniera quasi fastidiosa. Nonostante Benedict Cumberbatch tenti l’impossibile per dare profondità al suo personaggio, lavorando sui vari livelli  di cui si componeva la complessa personalità del matematico, quello che gli ruota attorno risulta estremamente scolastico, anche  irritante. Se conoscete Turing, non solo come decifratore del codice Enigma, ma anche per il contributo fondamentale che ha saputo apportare nei campi della moderna informatica e dell’intelligenza artificiale, tenetevi lontani da questo film.

Voto 5

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Carolina Tocci

Giornalista freelance e blogger, un giorno le è venuta l'idea di aprire questo sito. Scrive di cinema e gossip e nel buio di una sala cinematografica si sente a casa.

2 Comments

  1. Matteo Vaccari 7 gennaio 2015 at 10:04

    Concordo con Carolina; nel film Turing viene dipinto come lo scienziato distratto delle barzellette, insinuando che fosse autistico (cosa che NON ricordo di aver letto nella biografia scritta da Hodges). L’impresa di decifrare Enigma e della costruzione delle macchine viene presentata come un lavoro amatoriale di 5 persone, quando in realta’ fu opera di un piccolo esercito di persone. Fatti storici vengono mescolati con pure invenzioni, al punto che chi vede il film non sa piu’ cosa sia vero e cosa sia inventato. La vicenda di Turing sarebbe stata molto piu’ interessante se raccontata per come emerge dalle biografie; le invenzioni tolgono piu’ che aggiungere.

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