La teoria del tutto

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Quanto più una storia è straordinaria, tanto meno lo sarà il film che la racconta.



Un assioma paradossale, ma vicinissimo alla realtà se si considerano per contrasto i capolavori più rappresentativi della stagione passata e di quella in corso – rispettivamente La vita di Adele e Due giorni, una notte, dittico talmente radicato nel quotidiano da colmare lo spazio fra la realtà e la sua raffigurazione – e, per analogia, gli avvilenti fallimenti di molti ritratti larger-than-life coevi, così intimiditi dalla materia presa in esame da relegare a puro contenitore la forma (il declamatorio Unbroken di Angelina Jolie, lo stopposo The Imitation Game) o presto sconfitti dal confronto impari con l’irrappresentabile (l’inaccettabile Pasolini di Ferrara, l’indeciso Big Eyes di Burton).

La teoria del tutto riunisce in sé ambo gli approcci sbagliati di cui sopra ed è solo l’esempio più recente di una tendenza che da sempre compromette l’integrità e la credibilità del genere biografico. Come nel caso della pellicola dedicata ad Alan Turing, la figura privata e soprattutto pubblica di Stephen Hawking è riassunta a una sequela tutt’altro che eccezionale di cliché e di motivi ricorrenti depredati da decenni di memoriali celebrativi: dall’idilliaco colpo di fulmine alla genialità goffa e sregolata, dall’acuirsi – malamente romanzato – delle controversie e delle difficoltà all’acclamazione finale, e mediati da una sorgente troppo tarata per dirsi attendibile (l’autobiografia della protagonista, prima compagna di Hawking) che riduce i personaggi a figure di spessore pressoché nullo – lui un martire, lei una santa –, glissando tanto sugli aspetti inevitabilmente problematici di una relazione che non si fatica a immaginare tragicamente complicata (l’evasione extra-coniugale di lei in campeggio profuma di Harmony e persino la sofferta, ostile separazione viene risolta nel modo più inverosimilmente civile), quanto sull’ambito di maggiore interesse, quello scientifico, ridotto a qualche scribacchiatura sulla lavagna e a un paio di scambi accademici semplificati a misura di pubblico da multisala, risultando quindi in un ibrido irrisolto fra l’approfondimento del biopic e l’intensità del romance.

Se il primo atto, infatti, si limita a una stucchevole patina sentimentale condita da dialoghi e situazioni ad alto tasso di svenevolezze, il secondo non sa se focalizzarsi sugli eventi chiave della carriera di Hawking e sulla dicotomia fra l’infinito della mente e il niente del corpo o sul percorso umano e trascendente della moglie Jane, entrambi contesti l’uno dell’altro senza che uno finisca per prevalere. Entrambi affrontati con tono davvero sbrigativo ed eccessivamente edulcorati per suonare autentici, fermentando in un generico scontro fra Scienza e Fede che si chiude in rassicurante pareggio e che si preoccupa esclusivamente di non perdere il legame simpatico – e non, si badi bene, empatico – con lo spettatore, stordito dall’amabilità di due interpreti di porcellana (Eddie Redmayne si getta in una impressionante ma formulaica performance “trasformativa” da succedaneo di Daniel Day-Lewis, mentre Felicity Jones pare costantemente costretta sotto una maschera di senso di colpa e di abnegazione), da una confezione leziosa dominata dai bianchi esasperati e dai colori smarmellati della scadente fotografia di Benoît Delhomme e da un immaginario cinematografico poverissimo che sogna Lo scafandro e la farfalla ma che, quando non si avventura in improbabili voli pindarici (la ridicola scena onirica del pre-finale), si spiaggia rovinosamente sui territori iconografici della fiction televisiva (i finti filmatini super8 che scandiscono le tappe familiari della coppia, l’orrido montaggio conclusivo a ritroso che, complice il comune commento musicale della Cinematic Orchestra, sembra uscito dallo spot di un profumo).

Una sconfortante battuta d’arresto per il documentarista James Marsh, da cui era forse lecito aspettarsi la prosecuzione di quel discorso sulla natura del linguaggio aperto dal suo ottimo Project Nim e che invece, in ossequio ai più triti meccanismi para-hollywoodiani, sembra aver lasciato soltanto una lunga scia di melassa.

Voto 4

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