L’attesa

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Tra le grandi stanze di una vecchia villa siciliana segnata dal tempo, Anna (Juliette Binoche) trascorre le sue giornate in solitudine. Solo i passi del tuttofare Pietro (Giorgio Colangeli) rompono il silenzio quando tutto d’un tratto si presenta Jeanne (Lou de Laâge), una giovane donna che sostiene di essere la fidanzata di Giuseppe, il figlio di Anna. Ad invitarla in Sicilia per trascorrere insieme qualche giorno di vacanza è stato proprio lo stesso Giuseppe ma nessuna delle due donne sa dell’esistenza dell’altra. Per di più Giuseppe non è presente. Nessuno sa dove sia andato, anche le sue cose sono tutte nella sua stanza e viene da pensare che forse molto presto tornerà. I giorni però passano, le due donne lentamente imparano a conoscersi e l’intero paese prepara la tradizionale processione di Pasqua.



Tra le sorprese notevoli del concorso veneziano, L’attesa di Piero Messina si è rivelato essere un ermetico e seducente kammerspiel sull’assenza messo in scena dall’assistente alla regia di Paolo Sorrentino. Opera audace e frastornante, dominata da un’estetica soverchiante e polarizzante di irresistibile valore ipnotico il film di Messina è fatto di spericolati movimenti di macchina, di geometrizzazioni totalizzanti e di lunghe pause, un esercizio – inevitabilmente freddo, ma comunque di indubbio fascino – di ricerca immaginifica che, esattamente come l’Under the Skin di Glazer nei confronti dell’omonimo romanzo di Michel Faber, riduce l’ispirazione de La vita che ti diedi di Pirandello a una serie di suggestioni e di astrazioni di sfuggevole comprensione, lasciando nell’indeterminatezza gli elementi più scontati. Che intesa si crea fra la giovane Jeanne, in visita al casolare siciliano del fidanzato, e la di lui madre Anna (una Binoche meravigliosa e dolente), speculari e gemelle già nel nome? Qual è il ruolo del tuttofare Pietro nell’economia della storia? Tutte domande, fortunatamente, senza una risposta univoca e determinata, base di un’opera prima rigorosa e già personalissima.

Voto 7

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