La pazza gioia

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Sono due i principali ostacoli alla conoscenza delle cose: la vergogna che offusca l’animo, e la paura che, alla vista del pericolo, distoglie dalle imprese. La follia libera da entrambe“.



Elogio della Follia – Erasmo da Rotterdam

Sono pochi, se restringiamo il campo all’Italia diventano pochissimi, quei registi in grado di confezionare film colti e al tempo stesso popolari (Scola e Risi, ci sentite?). Paolo Virzì è uno di loro, con il suo cinema che parla sia al cinefilo che allo spettatore della domenica, capace di portare alla ribalta storie che tentano di strappare una risata mantenendo una costante amarezza di fondo e muovendosi su un piano altro rispetto a quello battuto dalla maggior parte delle nostre commedie. Con La pazza Gioia, l’autore livornese compie un ulteriore balzo in avanti rispetto ai suoi lavori precedenti e confeziona un film impulsivo e di pancia che, se da un lato non eccelle in quanto a originalità, dall’altro affronta in modo egregio temi come il disagio psichico, l’amicizia e l’inadeguatezza alla società con una leggerezza profonda e viscerale che tolgono il fiato.

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Beatrice Morandini Valdirana (Valeria Bruni Tedeschi) è una mitomane dalla parlantina incessante, una contessa che a suo dire è vicina ai potenti della Terra. Donatella Morelli (Micaela Ramazzotti) è invece una giovane madre fragile e silente, il cui figlio è stato dato in adozione. Apparentemente opposte nei caratteri e nelle inclinazioni, le due si conoscono in una comunità terapeutica dopo essere state bollate dai medici come socialmente pericolose. Chiuse tra le mura della casa di cura, Beatrice e Donatella diventano prima amiche e poi complici in una rocambolesca evasione, in un viaggio che le porterà ad incontrare le persone ufficialmente sane, che hanno fatto parte della loro vita: madri anaffettive, padri distanti, compagni egoisti e assenti.

Presentato all’ultima edizione del Festival di Cannes nella sezione Quinzaine des Realisateurs, La pazza gioia è un film dicotomico in ogni suo aspetto. Lo è nella distinzione netta dei caratteri delle due protagoniste (l’euforica e la avvilita, l’elegante e la tatuata, la benestante e la spiantata), nel suo essere commedia on the road e melò, nella divisione piuttosto netta, dal punto di vista drammaturgico, di una prima parte più introduttiva e meno coinvolgente e di una seconda emotivamente molto forte. In questa struttura fortemente polarizzata, si dipana una storia ambientata nel 2014, prima che la legge che ordinava la chiusura di tutti gli ospedali psichiatrici giudiziari, OPG, entrasse definitivamente in vigore. Ecco allora che le storie di Beatrice e di Donatella appaiono come uno spunto di riflessione discreto e garbato sulla follia vista non solo come disagio o malattia ma come una dimensione alternativa a quella della vita “normale”, un rifugio rispetto alla sofferenza dell’esistere. L’alienazione mentale diventa quel qualcosa che conferisce a chi la possiede una tranquillità e una fissità tanto forte da opporsi alla lacerante molteplicità della realtà, meschina e intollerabile.

Il modo in cui Virzì racconta tutto questo, diverte e commuove (anche qui la dicotomia imperversa), così come divertono e commuovono le sue due attrici, che coprono, apparentemente senza fatica, tutti i registri richiesti da una sceneggiatura densa e che lascia ben poco al caso (e qui il tocco di Francesca Archibugi fa la differenza). Il loro essere ebbre di vita e dissennate, strazianti e tormentate, empatiche e solidali tra loro, è l’aspetto più riuscito di una storia che affida alle note di quella meraviglia di valzer in 3/4 che è Senza Fine di Gino Paoli,  ascoltato di continuo da Donatella, i suoi momenti salienti.

Voto 7,5

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Carolina Tocci

Giornalista freelance e blogger, un giorno le è venuta l'idea di aprire questo sito. Scrive di cinema e gossip e nel buio di una sala cinematografica si sente a casa.

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