Goodbye Berlin

Di Fabio Giusti
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Scheda
(Tschick, Germania 2016)
Diretto da: Fatih Akin
Con: Tristan Gobel, Anand Batbileg, Nicole Mercedes Muller, Sammy Scheuritzel
Durata: 1 ora e 33 minuti

"tschick", 2015 Lago Film GmbH

Adattando per il cinema il celebre romanzo dello scrittore berlinese Wolfgang Herrndorf, Fatih Akin riscopre con Goodbye Berlin i toni leggeri di Soul Kitchen a soli due anni dal dramma kolossal Il padre.
L’estrema freschezza del risultato è garantita, oltre che dal filtro della commedia, dalla natura della storia raccontata, ossia la rocambolesca avventura di due quattordicenni che, a bordo di un’auto rubata, fuggono da una routine fatta di madri alcolizzate e padri assenti. Tutto ciò però senza alcuna pretesa sociologica, in uno spericolato on the road che ha il linguaggio semplice e spigliato della migliore letteratura per ragazzi.
Il protagonista è Maik (Tristan Gobel), un adolescente di Berlino che, durante le vacanze estive, viene lasciato solo da una madre in riabilitazione e un padre che parte mano nella mano con una bella e giovane segretaria per un viaggio che definisce d’affari. Ignorato dai compagni di scuola e del tutto invisibile agli occhi della ragazza dei suoi sogni, Maik trova conforto nell’amicizia con Tschick (Anand Batbileg) un giovane immigrato russo che va a scuola con lui e che si presenta senza preavviso a casa sua a bordo di una scalcinatissima Lada rubata.  I due decidono così di partire senza fissare una meta precisa.

Goodbye_Berlin_2

Goodbye Berlin è un’autentica sorpresa; uno di quei film che mentre li vedi senti che ti stanno facendo un gran bene al cuore. Come una declinazione moderna dei vecchi romanzi di Goscinny sul piccolo Nicolas, Akin ci offre un ritratto assolutamente sui generis di una delle tante possibili vie di fuga dalle regole che, a quattordici anni, spesso ci si ritrova a seguire senza capire neanche perché.
È un film sullo stupore delle prime volte girato con la stessa naturalezza un po’ incosciente con la quale i personaggi vivono la loro fuga. Si parla dei sogni ad occhi aperti che, a quell’età, ci si ritrova a fare, che siano sulla ragazza più bella della scuola che finalmente si accorge di te mentre nella realtà sei l’unico in classe a non essere invitato alla sua festa di compleanno o sul causare la morte violenta di un padre fedifrago.
Il tutto privo di qualsiasi paturnia esistenziale o anche solo della minima ansia mucciniana rispetto al delicato passaggio verso l’età adulta. E non si commetta l’errore di pensare che tale apologo, in virtù della sua leggerezza, sia privo di profondità perché, immediatamente sotto la rappresentazione di Akin dell’adolescenza come di un immenso parco giochi, c’è la vita vera. Come l’espressione di terrore che si compone sul volto del piccolo Maik quando, durante il viaggio, una ragazza più grande si offre di essere la sua “prima volta”. Una cosa che fa stringere il cuore e dice immensamente di più di molti coming of age dalle velleità ben più analitiche.

Voto 7

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Fabio Giusti

Da sempre convinto che, durante la proiezione di un film, nulla di brutto possa accadere, ha un passato da sceneggiatore, copywriter e altre prescindibili attività. A parte vedere film fa ben poco.

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