Un sogno chiamato Florida

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“Sai perché mi piace quell’albero?” chiede a un certo punto Moonie (Brooklynn Prince), la piccola protagonista di Un sogno chiamato Florida, alla sua amichetta Jancey. “Perché anche se è caduto continua a crescere”. Ecco, sintetizzato in una sola battuta, il senso di un film con cui Sean Baker – già autore dell’ottimo Tangerine –  prova a ragionare sui limiti dell’American Dream utilizzandone esclusivamente gli scarti. I rami spezzati del sogno capitalista si trovano, in questo caso, alle porte di una delle sue rappresentazioni più iconiche, Disneyland, dove esistono motel da 35 dollari a notte che dietro le architetture fiabesche e i nomi evocativi (Magic Castle, Futureland) nascondono in realtà la loro natura di ultima fermata possibile prima di una vita in strada. Ed è in uno di questi alberghi – uno di quelli in cui si finisce per sbaglio nelle prime scene di un film dell’orrore – che si ritrovano a crescere, o almeno a cercare di farlo, la piccola Mooney e i suoi amici, sorta di versione live action dei bambini di South Park, con l’unica differenza che qui non c’è niente da ridere.



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Al netto dei colori sgargianti che ci ricordano, non senza un tocco di amara ironia, che siamo a un passo dal mondo dei sogni, Un sogno chiamato Florida finisce infatti con il somigliare di più a un documentario che non a un’opera di pura finzione. Sarà per la recitazione così istintiva e naturale di attori non professionisti (ad eccezione di un Willem Dafoe  nel ruolo dell’unico portatore sano di umanità per cui è stato giustamente candidato all’Oscar) o per la macchina da presa perennemente posta ad altezza bimbo, ma l’impressione è di trovarsi di fronte a un’Alice che, piuttosto che in quello delle Meraviglie, si ritrovi catapultata in un Paese fin troppo reale, fatto di madri adolescenti costrette a prostituirsi con i figli chiusi in bagno e starlet avvizzite che, una volta tramontato ogni sogno di gloria, si ritrovano a bere da sole a bordo piscina.
Quello che sulla carta potrebbe sembrare un “magico mondo di Oz” visto con gli occhi di Harmony Korine, è però, malgrado la gravità del contesto, anche un ardito esercizio di leggerezza. Perché, per quanto i piccoli protagonisti di Sean Baker siano costretti a crescere in fretta, mantengono la propensione tipicamente infantile al gioco, così che anche ritrovarsi a sputare sul cofano di un’auto da un balcone o dar fuoco a un intero condominio possa apparire come il più divertente dei giochi.

E poi perché l’autore non li giudica mai, né tanto meno si lascia tentare dal dare una valutazione morale della loro controparte adulta, composta per lo più da madri sole e inadatte al proprio ruolo perché in fondo mai cresciute del tutto. A questo microcosmo white trash Sean Baker invece vuole assai bene. Si vede da come lo osserva, spogliando ogni scena di qualsivoglia pretesa sia autoriale che sociologica per inseguire un’idea di realismo impossibile sospesa tra De Sica e i Dardenne.
È tale l’affetto dell’autore verso i suoi personaggi che, a tratti, lo spinge addirittura a perdere di vista la compattezza della narrazione per perdersi dietro alle corse di Mooney, Scooty (Christopher Rivera) e Jancey (Valeria Cotto). Ed è qui, nella sua struttura forse troppo episodica, che Un sogno chiamato Florida sembra perdere qualche colpo, se non altro in termini di facilità di fruizione. Ma è giusto un attimo, prima che una realtà fatta di poliziotti e servizi sociali irrompa nel mondo di Moonie chiarendo una volta per tutte chi siano i cattivi di questa favola. Prima di quell’ultima corsa – verso una Disneyland mostrata solo alla fine e soltanto da fuori – per capire se davvero “i sogni son desideri”.

Voto 7

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Fabio Giusti

Da sempre convinto che, durante la proiezione di un film, nulla di brutto possa accadere, ha un passato da sceneggiatore, copywriter e altre prescindibili attività. A parte vedere film fa ben poco.

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