La censura, questa sconosciuta

Di Carolina Tocci
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Will H. Hays

Dopo gli scandali di Fatty Arbuckle e di Olive Thomas, il pubblico aveva iniziato a dare i primi cenni cenni di scontento nei confronti del divismo, e lo dimostrava andando di meno al cinema. La settima arte aveva un gran bisogno di rifarsi il trucco se i produttori volevano che si tornasse a staccare biglietti come un tempo. La salvezza arrivò dal baseball. Nel 1919 l’industria dello sport aveva subito un brutto colpo dopo che si era venuto a sapere di una certa partita del campionato, venduta al miglior offerente. Il rimedio a questo altarino scoperto si chiamava Kenesaw Mountain Landis, un giudice che da lì in avanti avrebbe garantito che il campionato di baseball fosse giocato in modo pulito e corretto. Al cinema serviva qualcosa del genere, una sorta di garante della moralità che difendesse lo spetttore da scene che potevano essere considerate indecorose o poco rispettose nei confronti di stato, religione o altro.

La posizione di capomoralista e purificatore delle pellicole fu offerta a Will H. Hays, un politico che era stato a capo della campagna elettorale per l’elezione di Warren G. Harding a presidente nel 1920, favorendo la sua nomina con ogni mezzo. Hays era un vero e proprio traffichino ma con una indiscutibile corazza di moralità che in quel momento appariva come la sua dote migliore. Così il neo purificatore della celluloide si stabilì a New York, città considerata neutrale e sufficientemente lontana dal marciume di Hollywood, e iniziò a fare ciò per cui veniva pagato centomila dollari l’anno (una cifra a dir poco esagerata, se rapportata a quegli anni).

Annette Kellerman in A Daughter of the Gods, 1916 (La prima star ad apparire completamente nuda in un film).

Era il 1922 e Hays divenne lo Zar del cinema, ossia il presidente della Motion Pictures Producers and Distributors of America Inc., messa su in fretta e furia da un gruppo di fondatori (tra cui William Fox e Samuel Goldwyn) che avevano tutto l’interesse a far tornare il bilancio del mercato cinematografico in attivo. Durante una conferenza stampa gremita di giornalisti provenienti da tutti gli Stati Uniti, Hays prese la parola per tratteggiare agli occhi del mondo i contorni del nuovo volto di Hollywood. In un discorso decisamente poco preparato e malamente improvvisato, esordì con frasi come: “Le potenzialità educative e morali del cinematografo sono sconfinate. Perciò bisogna proteggerne l’integrità come proteggiamo l’integrità dei nostri bimbi e delle nostre scuole… Noi dobbiamo sentirci, verso quella cosa sacra che è la mente del bambino, quella cosa vergine e pulita, quella lavagna immacolata… dobbiamo sentirci altrettanto responsabili verso di essa e averne la stessa cura che ne avrebbero il miglior maestro, il miglior sacerdote…”. Era iniziata l’era del Production Code, un codice di autoregolamentazione che gli Studios dovevano seguire per evitare che le loro pellicole venissero censurate, passato alla storia con il nome di Codice Hays.

Tre i principi generali di cui il Production Code si costituiva:



1) Non sarà prodotto nessun film che abbassi gli standard morali degli spettatori. Per questo motivo la simpatia del pubblico non dovrà mai essere indirizzata verso il crimine, i comportamenti devianti, il male o il peccato.
2) Saranno presentati solo standard di vita corretti, con le sole limitazioni necessarie al dramma e all’intrattenimento.
3) La Legge, naturale, divina o umana, non sarà mai messa in ridicolo, né sarà mai sollecitata la simpatia dello spettatore per la sua violazione.

A queste tre regole fondamentali furono poi aggiunte altre restrizioni (furono proibiti il nudo e le danze considerate lascive, la rappresentazione dell’uso di droghe o di alcolici, così come le allusioni a ogni genere di “perversione sessuale”, omosessualità in primis, di adulterio o la rappresentazione del parto).

Improvvisamente Hollywood fu invasa da un’onda anomala di moralità, con tanto di clausole contrattuali di ordine morale per impedire ai divi di comportarsi in modo sconveniente. Ma i magnati non si erano illusi neanche per un momento che questa redenzione avrebbe trovato il terreno giusto per attecchire. Per questo avevano iniziato a sguinzagliare gli investigatori privati alla ricerca di prove e indiscrezioni che potessero portare alla rovina dell’una o dell’altra star, e senza esclusione di colpi: gli investigatori passavano con nonchalance dalla corruzione dei domestici all’ascolto di conversazioni con primitivi registratori. Tutto questò portò alla compilazione di un Libro nero su cui vennero annotati i nomi e i “peccati” di oltre cento personaggi hollywoodiani ritenuti pericolosi a causa della loro discutibile condotta. A molti attori furono strappati davanti agli occhi i contratti che avevano firmato con gli Studios, e numerose carriere furono bruscamente interrotte ancor prima di cominciare, per la gioia di Hays e dei suoi scagnozzi.

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Carolina Tocci

Giornalista freelance e blogger, un giorno le è venuta l'idea di aprire questo sito. Scrive di cinema e gossip e nel buio di una sala cinematografica si sente a casa.

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