Venezia 71 – Giorno 6

Di Andrea Bosco
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Terra battuta

Terre battue

Dopo un’ulteriore conferma da parte della Settimana della Critica, il notevole Terre battue, opera prima già matura del francese Stéphane Demoustier che schiera in un delicatissimo dramma familiare fra centri commerciali e campi da tennis l’immenso Olivier Gourmet, l’altrettanto straordinaria Valeria Bruni Tedeschi, la produzione caratterizzante di Jean-Pierre e Luc Dardenne (di cui Gourmet è da sempre l’attore feticcio) e un finale fra i più tesi e memorabili della Mostra, è il turno, con tanto di mamme, papà e bimbi accorsi con biglietti famiglia omaggio, del grande raduno popolare per The Boxtrolls.

Ll’ultima creazione Laika, diretta per l’occasione da una modesta e anonima coppia di mestieranti come Anthony Stacchi e Graham Annable, è tuttavia una notevole delusione per chi aveva confidato nella maturità, nell’inventiva e nel coraggio del meraviglioso Coraline e la porta magica, una scoraggiante involuzione puerile e bambinesca dell’arte della stop-motion, arrivata a inizio millennio a livelli di eccellenza strabilianti.



Anthony Stacchi, Isaac Hempstead Wright, Graham Annable e Travis Knight

The Boxtrolls, tratto dal best-seller per l’infanzia Arrivano i mostri! di Alan Snow, si accontenta di un codice ad altezza di fanciullino, con la miliardesima variazione sul tema del diverso che riscopre la sua identità e le solite gag corporali o a base di urletti e capitomboli, ma riesce nel non certo invidiabile primato di avvolgere il tutto in un’atmosfera visivamente sgradevole, fra personaggi antipatici e privi di appeal (di certo non aiutati da un doppiaggio a briglia sciolta, con un Ben Kingsley sopra le righe persino nelle virgole), ambienti e colori a tratti nauseanti, un tono indeciso fra la cinefilia della Aardman e la banalità della Dreamworks pre-Dragon Trainer e un 3D totalmente superfluo, concedendosi un unico colpo di genio – un esilarante dietro le quinte metacinematografico sulla preparazione dei set – solo a titoli di coda già iniziati. Non c’è nulla di male ad abbassare anagraficamente il target della propria arte, per carità, ma quando i risultati sono questi viene per fare di nuovo il tifo per l’odiosa definizione di “animazione adulta”.

Tahar Rahim e Fatih Akin per The Cut

Tahar Rahim e Fatih Akin per The Cut

Annunciatissimo dai bookmaker come lo scontato trionfatore di quest’edizione, l’amburghese Fatih Akin torna al Lido a cinque anni dal suo Soul Kitchen (immeritato Gran Premio della Giuria a Venezia67) con una nuova, imponderabile sterzata al suo scatenato universo interculturale. The Cut vira infatti nei territori dell’epica del viaggio, narrando il decennale percorso dell’arrotino armeno Nazaret (il Tahar Rahim de Il profeta), scampato miracolosamente al genocidio del suo popolo e della sua terra da parte degli ottomani, alla ricerca fra Turchia e America delle due figlie probabilmente sopravvissute, ma l’esito lascia interdetti, per non dire di peggio.

Il celebrato autore de La sposa turca abbraccia una formula stantia, triviale, imbarazzante e insopportabilmente retorica che sogna l’esempio irripetibile di David Lean e che riporta invece alla mente il magico universo ultra-manicheo di cialtroni come Renzo Martinelli o il Nikita Mikhalkov post-sovietico, affidandosi costantemente a un linguaggio gridatissimo e declamatorio, all’esplicitazione della tragedia che trascende in bassa macelleria, se non addirittura in pornografia, a scelte di regia assolutamente imperscrutabili (perché gli armeni si parlano fra di loro in inglese? Perché i reiterati gratuiti e facilissimi, visto il centenario della nascita, riferimenti a Charlot, peraltro filologicamente sbagliati?) e a una confusione avvilente fra grande cinema e grandi mezzi. The Cut, concludendo, aspira all’epopea universale ma si arena disastrosamente su sponde reazionarie e codine, se non cielline, offrendo alla platea delle sale, dopo una manciata di titoli solo trascurabili, il primo autentico brutto film del Concorso.

Elio Germano e Mario Martone per Il giovane favoloso

Elio Germano e Mario Martone per Il giovane favoloso

In mattinata, probabilmente anche oltre le già alte aspettative, si assiste al miracolo: Il giovane favoloso di Mario Martone chiude sensazionalmente una selezione nostrana panzer a dir poco clamorosa, da tanto tempo mai così compatta e inattaccabile sul fronte dell’acclamazione. Annunciato come una fedele e completa biografia del nostro Giacomo Leopardi, la nuova fatica dell’artefice di Noi credevamo è in realtà uno straordinario campionario di evocazioni, di immagini, di spunti e, naturalmente, di poesia di abbacinante attualità, un ritratto della paralisi più o meno forzata della gioventù italiana di oggi incarnata dal suo rappresentante storico per molti insospettabilmente più appassionato, qui reso con insostenibile, commovente e viscerale intensità da un Elio Germano mostruoso e dozzine di spanne sopra i suoi contemporanei.

Michele Riondino, Anna Mouglalis e Isabella Ragonese

Scandendo drammaturgicamente la sua opera in cinque sezioni distinte (la giovinezza recanatiana, il fermento accademico fiorentino, la stasi romana, gli ozi napoletani e la morte incombente a Torre del Greco), Martone sfodera inusitate ambizioni e le onora una per una, conferendo, come se non bastasse, un andamento dinamico e avvincente forse insperato per chi era abituato a L’amore molesto o a Teatro di guerra (The Cut di Akin dura anch’esso 137 importanti minuti, ma pare il quadruplo), grazie anche al solito, preziosissimo contributo del fedele direttore della fotografia Renato Berta, davvero scatenato, e alla straniante, elegiaca colonna sonora IDM del berlinese Apparat. Con un terzetto di concorrenti così, culminato con questo capolavoro epocale, sarà praticamente impossibile per noi padroni di casa restare esclusi dal palmarès.

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