Nessuno si salva da solo

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Gaetano (Riccardo Scamarcio) e Delia (Jasmine Trinca) sono una coppia colta nel bel mezzo della loro crisi matrimoniale.
Nessuno dei due è particolarmente entusiasta di ritrovarsi a cena insieme all’altro proprio al centro di un ristorante così affollato e pieno di gente allegra, ma c’è da organizzare le vacanze estive insieme ai figli e quindi è necessario.
Nell’arco della serata, il confronto,  dapprima piuttosto acido e serrato, attraversa diverse fasi emotive e li porta, tra una recriminazione e l’altra, a ricordare i momenti più significativi del loro rapporto senza negare o negarsi nulla, che sia la malinconica nostalgia dell’innamoramento o la progressiva e inesorabile decadenza di un amore che appare ormai giunto al capolinea.



“Where did it all go wrong?”.
Se lo chiedevano Ryan Gosling e Michelle Williams, mentre assistevano inermi al lento dissolversi del loro matrimonio nell’eccezionale Blue Valentine di Derek Cianfrance ed è più o meno la stessa domanda che sembrano farsi anche Gaetano e Delia in questa quinta regia di Sergio Castellitto che, come di consueto, si poggia totalmente sulle parole e sulle suggestioni di Margaret Mazzantini, sodale (e moglie) dell’autore fin dall’esordio di Libero Burro.
Ed è quanto meno interessante che sia proprio una coppia, sia nell’arte che nella vita, a raccontare la fine di un’altra coppia attraverso due piani, uno sincronico e l’altro diacronico, che si intrecciano.
Se l’impianto del presente è evidentemente teatrale, con un proscenio (il ristorante), un pubblico (i molti commensali) e i due protagonisti al centro, a rappresentare la staticità di un presente bloccato, il dinamismo dei ricordi è invece assicurato da una serie di flashback che, ripercorrendo l’intero arco della loro storia d’amore, concedono maggiore respiro cinematografico all’opera.
Quasi come se i segnali della fine di un sentimento possano rimanere incastrati tra le pieghe dei ricordi, Nessuno si salva da solo prova quindi a cristallizzare l’attimo per procedere a ritroso alla ricerca di un evento, anche infinitesimale, che divida tutto in un prima e un dopo rendendolo più chiaro.
Trattandosi però di vita reale, seppur romanzata per fini drammaturgici, appare chiaro come ciò non sia affatto possibile.
Non sono stati infatti né la routine, né i figli e le responsabilità che comportano, né tanto meno l’infedeltà coniugale a dirottare Gaetano e Delia sulla strada per quel ristorante.
Molto semplicemente è stata la vita.

E di vita, ahinoi, in Nessuno si salva da solo non è che ce ne sia proprio moltissima.
Colpa principalmente della matrice letteraria del film e, in particolare, dello stile della sua autrice, troppo compiaciuto nella costruzione di frasi che vorrebbero denotare spessore, ma che finiscono per allontanarsi drasticamente da ciò che la gente direbbe davvero in contesti similari.
Per carità, l’idea di suggerire incomunicabilità mediante l’uso di battute altamente inverosimili potrebbe andare anche bene,  ma a patto che tu sia Michelangelo Antonioni e, più che al concetto di realismo stricto sensu, sia interessato ad una forma di stilizzazione della realtà.
E non è questo il caso.
Nessuno si salva da solo invece poteva – e in qualche modo doveva – essere il vero sequel emotivo che Baciami ancora non è riuscito ad essere per L’ultimo bacio.
L’evidenza di questa eredità sta tutta nello spaesamento che Scamarcio e Jasmine Trinca – giovani adulti messi di fronte ad una vita che immaginavano diversa –  portano impresso negli occhi per l’intera durata del film e che rende molto bene la sensazione che si ha, a volte, di essere in balia degli eventi senza più alcun potere decisionale.
Ecco, se solo la sceneggiatura si fosse concentrata maggiormente su questo elemento, invece di andare cercando la poesia anche laddove non è affatto detto che poesia debba o possa esserci, forse ora ci troveremmo di fronte a una sorta di Blue Valentine italiano.
Purtroppo non è così ed è un vero peccato.
Perché Castellitto con la macchina da presa è bravo (ma del resto lo aveva già dimostrato) e i momenti migliori del film sono proprio quelli in cui, andando in direzione esattamente contraria rispetto allo script della Mazzantini, si ferma ad osservare i silenzi, lasciando che questi parlino attraverso gli occhi dei protagonisti.
Fino quasi a rendere gli occhi stessi i veri protagonisti del film.

Voto 5

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Fabio Giusti

Da sempre convinto che, durante la proiezione di un film, nulla di brutto possa accadere, ha un passato da sceneggiatore, copywriter e altre prescindibili attività. A parte vedere film fa ben poco.

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