Mistress America

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Tracy (Lola Kirke) è una diciottenne solitaria da poco arrivata a New York per frequentare il primo anno di college. Aspirante scrittrice, la ragazza è ben presto delusa dalla vita universitaria finendo col passare la maggior parte delle sue giornate in completa solitudine, cercando di scrivere un racconto che la possa far accedere a un prestigioso circolo letterario.
Fino a quando l’incontro con la (quasi) sorellastra Brooke (Greta Gerwig) non la strappa alla monotonia del dormitorio per immergerla nella coolness della Grande Mela. Brooke è infatti un’energica trentenne alle prese con una serie di folli progetti che, per un motivo o per un altro, non riesce mai a portare a termine. Le sue disavventure sentimentali e professionali finiranno con il diventare fonte d’ispirazione per Tracy.

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Noah Baumbach ormai rappresenta una garanzia, se non altro di stile. A pochi mesi dall’ingiustamente sottovalutato Giovani si diventa, l’autore torna alla regia e, per l’occasione, ritrova la felice penna di Greta Gerwig, autrice  e protagonista di Frances Ha, nel frattempo diventata anche sua compagna di vita. A una prima lettura Mistress America rappresenta una sintesi perfetta dei suoi ultimi, succitati due film.
Se il tema di fondo rimane infatti l’incontro/scontro tra generazioni diverse che era alla base di Giovani si diventa, la Gerwig porta in dote al progetto tutta la sua vena mumblecore. L’impressione è che, proprio come Frances Ha, anche questo film sia interamente costruito intorno all’attrice che, di fatto recita in un ruolo che sembra l’emanazione diretta della ballerina sfigata di quel fortunato film.
Baumbach ci mette di suo la patina irresistibilmente indie che lo contraddistingue dai tempi de Il calamaro e la balena (senza dimenticare che l’autore è anche responsabile della sceneggiatura di quel capolavoro che è Steve Zissou) e una direzione degli attori che si sta affinando di anno in anno. Ne è la riprova la lunga scena corale posta esattamente al centro del film che rappresenta il vero scarto stilistico del regista rispetto al passato.

Si tratta infatti di un momento in cui Baumbach sembra abbandonare qualsiasi velleità intellettuale per concedersi e concederci venti minuti di puro divertimento. E’ una serie di botta e risposta tra personaggi diversi che stupisce per intelligenza, sia di scrittura che di regia, e sostanzialmente connota l’intero film.
Mistress America è un gioiellino di garbo e di acida ironia che a tratti può ricordare – non solo perché ambientato in buona parte a Manhattan – il Woody Allen migliore.
Il riferimento è d’obbligo perché, proprio come nel cinema di Allen, lo humour viene usato come cavallo di troia per veicolare ben altro. In questo caso un disagio che in realtà accompagna da sempre i personaggi baumbachiani  – basti pensare a Ben Stiller ne Lo stravagante mondo di Greenberg – e che qui non salva nessuno. Di sicuro non la generazione dei trentenni che nascondono la disillusione per tutti i progetti andati male dietro una vena di ostentata follia, né tanto meno la giovane Tracy che, nelle idiosincrasie degli adulti, riconosce perfettamente lo specchio di ciò che, di lì a poco, diventerà anche lei.
Delizioso.

Voto 7,5

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Fabio Giusti

Da sempre convinto che, durante la proiezione di un film, nulla di brutto possa accadere, ha un passato da sceneggiatore, copywriter e altre prescindibili attività. A parte vedere film fa ben poco.

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