Sole cuore amore

Di Fabio Giusti
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Scheda
(Italia 2016)
Regia: Daniele Vicari
Con: Isabella Ragonese, Francesco Montanari, Eva Grieco
Durata: 1 ora e 53 minuti

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Sole cuore amore, il ritorno di Daniele Vicari al lungometraggio a quattro anni da Diaz – Don’t Clean Up This Blood, è il primo film italiano ad essere presentato all’11° Festa del Cinema di Roma. Non il migliore dei lasciapassare a dirla tutta.
Si tratta infatti del più fastidioso pot-pourri di luoghi comuni a tema “donne e lavoro” che il cinema italiano di matrice più impegnata potesse offrire nel 2016.
Che Vicari non disdegnasse di maltrattare lo spettatore era del resto già evidente nel suo crudo racconto dei fatti di Genova ma si arrivava a giustificarlo trattandosi, per l’appunto, di cronaca. In questo caso invece no.
C’è infatti del sadismo quasi à la von Trier nel costringerci ad assistere inermi alla lenta agonia di questa giovane donna – Isabella Ragonese, qui moglie di un disoccupato Francesco Montanari e madre di tre figli piccoli – che consuma le proprie giornate sulla tratta Nettuno- Roma cercando di arrivare in orario nel bar dove lavora e il cui proprietario, che all’inizio viene presentato come uno di quei capetti romani burberi ma sotto sotto anche simpatici, alla fine si rivela esse un mix tra un nazista e un negriero.



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La storia di Eli, questo il nome della protagonista, si incrocia con quella della sua vicina di casa Valentina (Eva Grieco) che, in assenza di responsabilità familiari, ha deciso di seguire le proprie inclinazioni artistiche e lavora di notte, esibendosi come performer.
Già dalle prime immagini il film si distingue per il ritmo ansiogeno che sembra presagire alla catastrofe imminente. Ogni qual volta, infatti, uno dei protagonisti si trova ad attraversare la strada ci si aspetta che possa essere falciato via da un’automobile in corsa. Per dire che è ovvio che qualcuno morirà; resta da capire solo come e, soprattutto, quando.
Ora, indipendentemente dal fatto che il dramma della disoccupazione femminile sia stato trattato meglio in film neanche poi così riusciti come ad esempio il recente Gli ultimi saranno ultimi di Massimiliano Bruno, il problema principale di questo Sole cuore amore (l’imperscrutabile legame con la one hit wonder Valeria Rossi viene assolto in una scena in cui semplicemente una bambina canticchia il ritornello dell’omonima canzone) è che non si capisce dove voglia andare a parare.

O meglio, il senso – in buona sostanza che essere poveri è una gran brutta cosa – lo si può anche desumere, ma non è chiaro cosa abbia spinto un autore dotato come Vicari a girare un film di due ore per spiegare un concetto al limite sintetizzabile anche in un cortometraggio.
Sì, ci sono le buone interpretazioni di Isabella Ragonese e Francesco Montanari e la colonna sonora jazz di Stefano Di Battista ma per il resto si tratta davvero di una delusione piena. Roba che spinge a rivalutare anche un’opera bistrattata (proprio un anno fa qui alla Festa del Cinema tra l’altro) come Alaska di Cupellini, anch’esso basato sulla formula del prendere un paio di personaggi e fargliene succedere di ogni.
Ecco, nell’anno in cui opere, magari anche sopravvalutate, ma comunque a loro modo importanti nel cercare di uscire dai binari del calvario della gente comune come Lo chiamavano Jeeg Robot e Perfetti sconosciuti, questo è proprio il cinema italiano che non vorremmo vedere.

Voto 4

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Fabio Giusti

Da sempre convinto che, durante la proiezione di un film, nulla di brutto possa accadere, ha un passato da sceneggiatore, copywriter e altre prescindibili attività. A parte vedere film fa ben poco.

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