Sing Street

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Ideale conclusione di una trilogia sul potere salvifico della musica, Sing Street segna il ritorno di John Carney nella sua Dublino dopo la parentesi americana di Tutto può cambiare. Le similitudini tra il suo primo film Once e quest’ultimo però si fermano alla geografia perché, nei dieci anni che li separano, Carney è maturato acquisendo sempre maggiore padronanza del mezzo e il ruolo della musica, pur rimanendo assolutamente centrale ai fini della storia, non ne è più il baricentro narrativo.
Qui si racconta infatti la formazione, sia sentimentale che musicale, del quindicenne Cosmo (Ferdia Walsh-Peelo) che cerca di evadere dai problemi familiari ed economici grazie alla musica ascoltata e suonata e, al tempo stesso, deve adattarsi alla nuova scuola pubblica dove è vittima di bullismo e della severità dei professori. L’incontro con Raphina (Lucy Boynton) lo spinge  a sfruttare il proprio talento musicale e a formare una band quasi unicamente con lo scopo di conquistarla.



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C’è un momento preciso che appare determinante nel personale coming of age di Cosmo ed è quando Raphina gli chiede di scrivere una canzone allegra e lui le risponde che non può, perché in realtà si sente triste. “Il tuo vero problema è che non sei felice di essere triste” ribatte lei.
A spiegare meglio il concetto ci pensano poi le note di In Between Days dei Cure ed ecco che, in un’unica scena, Carney racchiude il senso di qualsiasi adolescenza.
La percezione che, sì, forse sarà anche un’età difficile in cui sembra che nulla vada mai per il verso giusto, ma parte del processo di crescita passa anche attraverso l’accettazione di quelle piccole forme di infelicità che la contraddistinguono.
Da quel punto in poi il modo con cui il protagonista guarda alla sua vita cambia radicalmente e, di riflesso, cambia anche il film, che si trasforma da una sorta di Billy Elliot ibridato con The Committments – per intenderci quelle tipiche storie di riscatto sociale che solo gli inglesi sono in grado rendere (anche) leggere e che da noi producono invece mostri come Sole cuore amore di Vicari – in qualcosa di ben più complesso.

Dicevamo poc’anzi di una musica che continua ad avere funzione diegetica (basti pensare alle note di piano che accennano Take on Me degli A-Ha in una delle sequenze più dolci dell’opera) ed è importante che Sing Street sia ambientato proprio negli anni 80 del thatcherismo; un periodo in cui, nel Regno Unito, la musica pop assunse un ruolo fondamentale sia in termini di denuncia sociale che anche di semplice conforto per un popolo sfiancato dalla crisi economica e dalla piaga della disoccupazione
John Carney parla anche di questo, senza mai cadere nel didascalico o nell’elegia proletaria à la Ken Loach, perché tutto è filtrato dagli occhi giovani dell’esordiente Ferdia Walsh-Peelo.
Un Michael Sheen in miniatura che l’autore accompagna, come si fa con un fratello minore, alla scoperta del dischi che ancora non ha ascoltato e del primo amore.
Una volta trovato quelli, poi, per un po’ Cosmo può anche smettere di preoccuparsi dei bulli che lo pestano a scuola o dei genitori che urlano in casa. Anzi, le urla dei genitori diventano solo una scusa, semmai ce ne fosse bisogno, per alzare ancora di più il volume e sognare l’Inghilterra.
Che dal porto di Dublino sembra lontanissima ma, in due, ci si arriva anche in barca.

Voto 7,5

 

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Fabio Giusti

Da sempre convinto che, durante la proiezione di un film, nulla di brutto possa accadere, ha un passato da sceneggiatore, copywriter e altre prescindibili attività. A parte vedere film fa ben poco.

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