7 minuti

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Ispirato a una storia realmente accaduta in Francia, a Yssingeaux, e tratto dall’omonimo testo teatrale di Stefano Massini, 7 minuti segna il ritorno alla regia di Michele Placido ad appena un anno dal deludente La scelta.
Ed è un ritorno all’insegna del cinema civile, con questo cupo kammerspiel dichiaratamente ispirato a La parola ai giurati di Sidney Lumet ma con gli occhi ben puntati anche sugli ‘ultimi mohicani’ del sociale al cinema, Ken Loach e i Dardenne.
La storia è quella di un’azienda tessile come tante, una di quelle dal passato glorioso e da un presente segnato da una crisi economica che non fa sconti, nel giorno della firma di un accordo che la consegnerà nelle mani di una multinazionale francese salvandola da una chiusura certa.
La paura delle molte dipendenti di perdere il posto di lavoro viene subito messa a tacere dalla notizia che non ci saranno licenziamenti, ma il consiglio di fabbrica composto da undici impiegate si ritrova comunque a dover decidere se accettare o meno l’unica condizione imposta dalla nuova dirigenza. Si tratta, in sostanza, di rinunciare a sette dei quindici minuti di intervallo tra un turno e l’altro.
Una condizione che sulle prime sembra irrisoria quasi a tutte ma che agli occhi esperti della più anziana tra loro (Ottavia Piccolo, già protagonista della pièce teatrale) appare come l’ennesimo passo indietro in un processo di lenta erosione dei diritti del lavoratore che parte da lontano. Da lì ha inizio un lento gioco al massacro in cui ognuna delle partecipanti alla riunione cerca di portare avanti le proprie istanze.



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Il principale problema di 7 minuti inizia più o meno qui. Dopo l’incipit in cui un montaggio incrociato tesissimo ci mostra l’attesa per la firma dell’accordo dagli antitetici punti di vista della dirigenza e delle 300 operaie radunatesi sin dalle prime luci dell’alba davanti allo stabilimento, Placido passa infatti alla descrizione delle undici rappresentanti di fabbrica e cade nell’unico vero errore che una pellicola del genere non dovrebbe mai commettere. Ciascuna delle protagoniste aderisce infatti in maniera fin troppo pedissequa ad un preciso stereotipo umano: a partire dalla pacata saggezza old school della rappresentante sindacale per arrivare alle insicurezze della ventenne neoassunta per un futuro che appare negato, il film è una passerella di figurine idealtipiche talmente prive di sfumature da apparire, per forza di cose, posticce.
Ecco dunque la rumena che porta sul viso i segni della violenza domestica, l’albanese insidiata da uno dei titolari della fabbrica e la vittima di un incidente sul lavoro (Violante Placido) che, oltre a condannarla ad una vita su una sedia a rotelle, le ha consentito il passaggio da operaia a impiegata. Se a queste aggiungiamo Maria Nazionale chiamata a urlare isteriche frasi in dialetto napoletano anche laddove non ce ne sarebbe alcun bisogno e un’Ambra Angiolini incazzata boxeur che definire fuori ruolo non rende affatto l’idea, il quadro è già più completo.

Ma non è solo il fatto che queste undici donne così arrabbiate siano anche così tagliate con l’accetta, a gravare come un macigno didascalico su 7 minuti, quanto una dicotomia interna al gruppo in cui la rappresentanza straniera finisce con l’essere quella mossa dalle ragioni più egoistiche, in ottemperanza allo stereotipo che vuole la nigeriana in difficoltà economiche sempre a un passo dal marciapiede, mentre il proletariato nostrano alla fin fine cade in piedi. È una falla di natura squisitamente etica che appartiene di certo al testo teatrale prima ancora che al film ma che, irrorata della demagogia che il grande schermo per forza di cose amplifica quando si tratta di portare avanti una tesi, crea nello spettatore meno suggestionabile un senso di forte fastidio.
Ed è un peccato perché il film non è affatto esente da pregi, a cominciare dall’indubbio talento di Placido nel costruire tensione (ma che ci sappia fare con la macchina da presa non è affatto una novità e, in tal senso, non stupisce apprendere che al momento sia al lavoro sulla serie TV tratta da Suburra) fino a un paio di azzeccate scelte di cast, tra cui un’inedita Fiorella Mannoia e Cristiana Capotondi che, con la sua naïveté un po’ burina, incarna forse l’unico personaggio che aspiri in qualche modo alla realtà della vita vera.
Spiace soprattutto per la nobiltà degli intenti, ma è ormai un fatto acclarato che il cinema italiano mostri pericolosamente il fianco alla demagogia quando si tratta di affrontare temi caldi come quello del lavoro. Il pessimo Sole cuore amore di Vicari (curiosamente presentato all’undicesima Festa del Cinema di Roma insieme a 7 minuti) ne è forse l’esempio più lampante.

Voto 5

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Fabio Giusti

Da sempre convinto che, durante la proiezione di un film, nulla di brutto possa accadere, ha un passato da sceneggiatore, copywriter e altre prescindibili attività. A parte vedere film fa ben poco.

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