Chiamami col tuo nome

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Dopo aver conquistato l’America e l’Europa, finalmente Luca Guadagnino sembra aver trovato la chiave giusta per arrivare dritto anche al cuore dei suoi suoi connazionali. È un successo che arriva da lontano quello di Chiamami col tuo nome, film ospitato in anteprima mondiale al Sundance Film Festival e alla Berlinale lo scorso anno, dove ha ricevuto apprezzamenti unanimi. Ora, forte di tre candidature al Golden Globe e di quattro nomination ai prossimi Oscar come Miglior Film, Miglior Attore Protagonista, Miglior Sceneggiatura Non Originale e Miglior Brano Originale (Mystery of Love di Sufjan Stevens), arriva finalmente anche in Italia.



 

Chiamami col tuo nome, la recensione del film di Luca Guadagnino

 

Tratto dal romanzo di André Aciman, sceneggiato da James Ivory insieme a Walter Fasano e allo stesso Guadagnino, Chiamami col tuo nome è ambientato nell’estate del 1983, in una zona del cremasco non meglio identificata. Nella grande casa di campagna della famiglia Perlman, Lyle (Michael Stuhlbarg), archeologo, e Anna (Amira Casar), ospitano ogni anno per sei settimane un ricercatore straniero. Una forma di filantropia che la coppia, cólta, poliglotta e di ampie vedute, esercita con la connivente “rassegnazione” del loro figlio diciassettenne, Elio (il fenomeno Timothée Chalamet), che ogni estate si vede costretto a cedere la propria stanza all’ospite di turno. Il 1983 è l’anno dell’americano Oliver (Armie Hammer), o come lo soprannomina inizialmente Elio, l'”Usurpateur”, un giovane alto, biondo e disinvolto, con quella punta di arroganza nei modi che lo rende irresistibile per chiunque lo incontri. Tra lunghe passeggiate, nuotate e corse in bicicletta, tra Oliver ed Elio nasce un profondo legame destinato a cambiare le vite di entrambi.

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Se in Io sono l’amore e nel successivo A Bigger Splash il cinema di Guadagnino si era sempre trovato, un po’ pericolosamente, al limite tra l’intenzionalmente ambizioso e l’ingenuamente fastidioso (troppo di maniera, troppo viscontiano senza essere Visconti, tra le critiche che gli sono state mosse), in Chiamami col tuo nome questo impasse viene superato, merito anche della raffinata sceneggiatura ivoriana, abilmente composta da due livelli ben distinti. Esattamente come accadeva in Camera con vista e Quel che resta del giorno, si percepisce infatti una modalità di scrittura che, se in superficie può apparire carente e, a tratti, anche omissiva, deputata a garantire una tranquillità formale ai personaggi che intavolano discorsi e discussioni come colti da un immobilismo psicologico, ad uno strato più profondo questa si fa gesto e sguardo, divenendo impetuosa e appassionata.

 

Chiamami col tuo nome, la recensione del film di Luca Guadagnino

 

Non ci sono scene scandalose, né momenti pruriginosi in Chiamami col tuo nome e le varie fasi del rapporto tra Elio e Oliver vengono svelate con una sensibilità che non è mai smielata e, cosa ancora più apprezzabile, senza etichette, in quello che è a tutti gli effetti un racconto di formazione e accettazione, di scoperta della propria identità e di iniziazione. Sullo sfondo, Guadagnino posiziona qua e là dei pezzi di anni Ottanta: la politica di Craxi e del pentapartito, un giovane Beppe Grillo che fa trasmissioni di satira in TV, le fiere di paese con balli e tresche che nascono e muoiono la stessa sera, le minigonne jeans e le Espadrillas. Come a dire, con una punta di malinconia, che tutto sommato si stava meglio quando si stava peggio. E poi ci sono Rohmer e Bertolucci, c’è L’età acerba di André Téchin, le partiture orchestrali di John Adams, Ravel, Debussy e i brani di Sufjan Stevens a incorniciare i momenti più intensi di un’estate struggente e indimenticabile che tutti, almeno una volta nella vita, dovrebbero vivere.

 

Voto 8

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Carolina Tocci

Giornalista freelance e blogger, un giorno le è venuta l'idea di aprire questo sito. Scrive di cinema e gossip e nel buio di una sala cinematografica si sente a casa.

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