Deadpool

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C’è chi dice che il canone supereroistico, mai come oggi così inflazionato e invasivo nel panorama del cinema commerciale, stia rischiando di fare la fine del western classico, ossessionato da traguardi e ambizioni sempre più fuori portata e costretto a gestire un immaginario popolare in via di esaurimento. Se pare ancora molto prematuro parlare di crisi, fra il prevedibile disastro di Fantastic Four, il successo assai contenuto di Ant-Man – il progetto di gran lunga meno redditizio della Seconda Fase del Marvel Cinematic Universe – e, a sorpresa, l’incapacità di Avengers: Age of Ultron di superare gli incassi del prototipo, di certo il 2015 ha registrato una piccola, significativa flessione in un settore apparentemente in inarrestabile ascesa.

Era dunque auspicabile che, ai margini dell’impero, lontano tanto dall’intrattenimento a misura di famiglia di una Marvel ormai assoggettata alla Disney, quanto dalla cupezza insistita dell’universo DC, prendesse piede una terza pista, capace di svecchiare il catalogo ovviando alle carenze di entrambi, conciliando dicotomie sulla carta impossibili verso un prodotto adulto, ma non per questo maturo, e scanzonato, ma non per questo infantile. Un’operazione come Deadpool arriva quindi al momento giusto – e l’andamento trionfale al botteghino ne è la prova lampante – e con l’intento chiarissimo di riconquistare quella fetta più smaliziata di pubblico arrivata al punto di disaffezionarsi, reintroducendo quella vena anarcoide e quell’attitudine irriverente che sembravano (si veda il caso isolato del riuscitissimo Kingsman) relegate alla periferia del cine-comic contemporaneo.

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Al posto del clima edificante delle ortodosse battaglie contro il Male combattute dal solito paladino in tuta d’ordinanza, a gravitare intorno alle avventure del sarcastico mercenario Wade Wilson è un senso dominante di scorrettezza, di confusione e di sovversione, tanto tematica, ribadita da una delle personalità più indefinibili e schizzate del fumetto moderno mainstream, quanto metatestuale, dove le svariate allusioni alla cultura pop, i rimandi interni a situazioni e figure ricorrenti della casa editrice e, soprattutto, l’infrazione continua di quella barriera concettuale che separa il lettore dalla storia e che rende Deadpool, contrariamente ai suoi simili, una creatura consapevole della propria natura finzionale hanno acquisito un peso ancora maggiore dello stesso intreccio.

È ciò che si verifica, in buona sostanza, anche in questo adattamento per il grande schermo, vagheggiato per anni dal protagonista e co-produttore Ryan Reynolds, impegnatosi in prima persona affinché il personaggio, specie dopo l’umiliante imbastardimento subito nella sua fugace apparizione in X Men – le origini: Wolverine, venisse finalmente valorizzato nella sua veste di scheggia impazzita nel meccanismo usurato del cinefumetto da franchise. Se ciò avviene e se la caratterizzazione fedelissima, garantita dall’interpretazione divertita e dedicata di Reynolds, costituisce quella sospirata ventata di novità e di stravaganza, non si può dire altrettanto – perlomeno, non completamente – del resto, a cominciare dal plot, che dietro agli stratagemmi narrativi, come l’avvio in medias res o la struttura a flashback, e alle divagazioni parodistiche (oltre alla categoria di riferimento, finiscono nel tritacarne gli stereotipi della commedia romantica, del lacrima-movie e del body horror) nasconde un’impostazione insospettabilmente tradizionale, con una fin troppo esaustiva origin story a fare da zavorra e una resa dei conti inutilmente pirotecnica e fracassona che rispetta tutte le convenzioni, “damigella in pericolo” e “ricompensa finale” comprese, che inizialmente si proponeva di infrangere.

Si ha pertanto l’impressione di un anticonformismo di facciata cui non bastano abbondanti, ancorché spassose, dosi di turpiloquio o innocue frecciatine a bersagli di poco conto (Rosie O’Donnell, i Limp Bizkit, la trilogia di Matrix e il film di Lanterna verde, non esattamente la più stretta attualità) per potersi dire davvero spericolato o genuinamente eversivo, e anche se il divertimento non manca, principalmente nel lungo scontro in autostrada che fa da cornice agli eventi, ci sono troppi elementi lasciati allo stato brado. Dal villain totalmente privo di carisma (una lacuna che il genere, salvo rare eccezioni, proprio non riesce a colmare), pescato praticamente alla cieca dalla run di Joe Kelly e affidato all’inespressivo nuovo transporter Ed Skrein, a una sezione centrale sonnacchiosa che va avanti a forza di inerzia (basti vedere come viene introdotta e abbandonata a se stessa la “coinquilina” Blind Al, comprimario di culto dei primi arc), fino a un’abilità piuttosto relativa, come testimonia la povertà delle location, di sfruttare le ristrettezze di budget (poco più di 50 milioni di dollari, meno della metà della più “economica” produzione Marvel), imposte probabilmente per via del divieto ai minori, almeno in patria, che avrebbe drasticamente ridotto le entrate, cosa poi scongiurata dal clamoroso exploit al botteghino.

Onore al merito, comunque, più che all’invisibile regista esordiente Tim Miller, a Ryan Reynolds, vero artefice e cuore pulsante dell’iniziativa, che pur di vincere facile ha in buona parte fallito nell’obiettivo di innovare sensibilmente la formula, ma che tirandosi fuori dal magma uniforme del popcorn movie ha avuto quantomeno il coraggio di provare a fare la differenza, anche se, come ormai capita di riconoscere tristemente troppo spesso in un’industria sorretta dalla serialità, servirà attendere il sequel per farsi un’idea precisa del fenomeno.

Voto 6

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