I migliori film del 2018 secondo Andrea Bosco

Di Andrea Bosco
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10. Untitled: Viaggio senza fine – Michael Glawogger e Monika Willi

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“Il più bel film che potevo immaginare era un film che non si fermasse mai”: l’ultima, definitiva, irreversibile avventura del grande cosmopolita del documentarismo moderno, caduto sul campo nel pieno delle riprese, è uno sconclusionato e fantasmagorico compendio di volti, gesti e civiltà in libera successione, un’odissea sul Nulla e una sfrenata elegia del movimento che la devota supervisione della montatrice Monika Willi plasma in una dirompente enciclopedia transmediterranea.



9. Corpo e anima Ildikó Enyedi

Indagando quell’interferenza e quella convergenza tra la finitezza della carne e la sublimazione dello spirito che costituisce poi la cifra di ciò che ci rende umani, il ritorno al lungometraggio, dopo quasi vent’anni, della più clamorosa promessa della cinematografia ungherese emersa a cavallo tra i due secoli riassume nelle sue atmosfere diafane, neile sue vite spezzate e nel suo intimo disagio una visione del sentimento che trascende i limiti del reale e del tangibile per gettarsi con cieca fiducia nel sogno e nell’imperscrutabile.

8. In guerra – Stéphane Brizé

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Un nuovo capitolo, complementare al mirabile excursus ottocentesco di Una vita, dello studio esistenziale di Stéphane Brizé, un’immersione nella confusione del contemporaneo che avanza e fagocita, nella stessa Francia in via di deindustrializzazione de La legge del mercato, nelle disperate barricate e negli scontri intestini di un proletariato in via di estinzione, in un’inguaribile crisi di coscienza di classe, trasfigurata dalla propaganda e dal passaparola: cinema partecipativo, furibondo, irriducibile e lucidamente antagonista.

7. A Quiet Passion – Terence Davies

Riaffiora dalle tenebre della distribuzione la voce del massimo cineasta britannico in attività: il paradosso della cronaca minuziosa di un’intera vita all’insegna dell’isolamento e della monotonia si risolve nel totale sovvertimento delle regole del biopic e nella capacità di individuare l’intima straordinarietà nascosta sotto la stasi del quotidiano.
L’illusione della permanenza, la poesia della routine, la consapevolezza dell’anima che fa i conti con l’assenza di Dio: il mondo di Terence Davies e quello di Emily Dickinson convergono fino a farsi l’uno lo specchio dell’altro.

6. Poesia senza fine – Alejandro Jodorowsky

Il pluridecennale silenzio cinematografico dello sciamano cileno de La montagna sacra si interrompe con un personalissimo dittico, anzi, un “(auto)ritratto dell’artista da giovane” di sconcertante sincerità: limata la ruggine e, grazie a un generoso crowdfunding, colmate le carenze di budget di La danza della realtà, il padre della psicomagia stende l’immaginifico e torrenziale bilancio della sua preistoria creativa e della rivoluzione intellettuale di tutto un Paese, in una baraonda di ricordi, fantasie, sogni e confessioni che folgora, incanta e commuove.

5. Ex Libris: The New York Public Library – Frederick Wiseman

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Il decano della non-fiction statunitense completa la sua trilogia dedicata ai più importanti patrimoni del sapere anglo-americano aperta dall’universo accademico di At Berkeley e proseguita con la tappa londinese di National Gallery: con il suo consueto occhio ravvicinatissimo ma distaccato, il suo resoconto partecipe ma fattuale e la sua impressionante vastità di azione, Wiseman celebra le aule, le sale di lettura, gli archivi, gli uffici e gli altri meandri dell’istituzione bibliotecaria come l’espressione più lampante dell’uguaglianza e il fondamento più necessario della democrazia.

4. La stanza delle meraviglie – Todd Haynes

Una nuova dimostrazione, forse la più vertiginosa e arrischiata, dello smisurato talento trasformistico di Todd Haynes, un racconto a doppia elica, sospeso fra le atmosfere trasognate dell’era del muto e la grana grezza dei seventies, che assume i connotati della grande sinfonia urbana e che ristabilisce il primato dell’immagine nel linguaggio cinematico: tra un contributo musicale di Carter Burwell che assomiglia a una co-regia e il montaggio parallelo di Affonso Gonçalves, un viaggio denso e trascinante ad altezza di bambino dentro un intricatissimo labirinto audiovisivo che conduce dritti al più puro stato di stupefazione.

3. Still Recording Said Al Batal e Ghiath Ayoub

“L’immagine filmica è l’ultima linea di difesa contro il tempo”: la più frastornante, eclatante e necessaria testimonianza di cinema diretto degli ultimi anni è un’autentica passeggiata all’inferno, tra le azioni di guerriglia, gli scontri a fuoco, la quotidiana resilienza e gli sprazzi di tregua del conflitto siriano, affrontato da un’équipe di giovani cineasti dilettanti “armati” di videocamera e impegnati in una missione che, prima di essere bellica, è soprattutto etica. Un reportage crudo, sporco e demistificante in cui la costruzione della memoria e il bisogno di “continuare a riprendere” travalicano la percezione dell’orrore e l’incombenza della morte.

2. Il filo nascosto – Paul Thomas Anderson

Fra compulsione e devozione, sopraffazione e simbiosi, senso del possesso e dolore dell’assenza, Paul Thomas Anderson definisce, perfeziona ed estremizza quel dialogo fra Amore e Potere che è alla base della sua poetica e firma un esempio irripetibile di opera postmoderna in grado di acquisire immediatamente il rango di classico: un oggetto sontuoso e respingente, gelido e incandescente, monolitico e pulsante, un complesso di contrasti e di contraddizioni a metà fra il melodramma hitchcockiano e il gigantismo wellesiano che appaga equamente gli occhi, la mente e il cuore.

1. Mektoub, My Love: Canto uno – Abdellatif Kechiche

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Esuberante, eccessivo, euforico e palesemente fuori controllo: il nuovo romanzo di formazione del cineasta franco-tunisino è un’esperienza sensuale che sospende la narrazione per cogliere, con una libertà espressiva travolgente e un’empatia contagiosa, la duplicità dell’apollineo e del dionisiaco, una celebrazione della giovinezza, delle sue scoperte, dei suoi palpiti e dei suoi errori, immortalata in un assolato profluvio di corpi, danze, sguardi e baldorie che si vorrebbe non finisse mai.

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