I migliori film del 2018 secondo Carolina Tocci

Di Carolina Tocci
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10. Hereditary – Le radici del male – Ari Aster

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Senza se e senza ma l’horror dell’anno, Hereditary è un’opera prima coraggiosa e spiazzante. Nel costruire un mondo ricco di inquietudine e suggestioni, Aster si diverte a tessere una trama in cui lo spettatore impiega un po’ a entrare, fino ad arrivare a un epilogo con la tensione accumulata che deflagra all’improvviso. Protagonista, un’immensa Toni Collette.

9.  BlacKkKlansman – Spike Lee
Cavalcando l’onda del black power di Hollywood, uno Spike Lee più militante che mai torna a guardare al passato per inquadrare il presente: quello dell’America trumpista più becera e razzista. Lo fa attraverso una pungente commedia sopra le righe in cui un nero e un ebreo diventano leader di una sede locale del Ku Klux Klan. A parte un lieve eccesso di retorica, un tripudio di sagacia e sottile ironia.



8.  Mission: Impossible – Fallout – Christopher McQuarrie
È un Ethan Hunt stanco quello di Mission: Impossible – Fallout, il migliore tra i film della saga iniziata con Brian De Palma, ma che ha trovato in Christopher McQuarrie una mano più idonea.
Alcuni dialoghi non avremmo mai voluto ascoltarli, ma c’è tanta di quella azione e tanta di quella adrenalina che si finisce per dimenticarli. Un plauso a parte va a Tom Cruise che, a 56 anni suonati, continua a girare tutte le scene senza controfigura, alcune delle quali folli e, ça va sans dire, davvero impossibili.

7.  Sulla mia pelle – Alessio Cremonini
È stato il caso cinematografico dell’anno, il film sull’ultima settimana di vita di Stefano Cucchi. Non dà giudizi Alessio Cremonini, ma ricostruisce quei giorni atroci attraverso silenzi e stanze vuote. Anche in questo caso, i difetti stilistici vengono oscurati dalla potenza della vicenda, e dalla magistrale interpretazione di Alessandro Borghi.

6.  Tonya – Craig Gillespie

Tonya
La storia della pattinatrice americana Tonya Harding è il film sullo sport che non ci si aspetta. Un personaggio, quello dell’atleta olimpica, attraente e affatto banale, estremamente difficile da interpretare perché incredibilmente pieno di contraddizioni, che Margot Robbie rende alla perfezione. La sua Tonya è un anatroccolo sgraziato, il frutto delle angherie subìte da una madre perfida e anaffettiva (una altrettanto straordinaria Allison Janney).

5.  Dogman – Matteo Garrone
Dopo le mirabilie de Il racconto dei racconti, Garrone attualizza un fatto di cronaca tristemente noto e ricco di suggestioni e lo fa proprio. Ma non è la storia del Canaro della Magliana quella che vediamo. È più una parabola sulla genesi e sul compimento di una vendetta. Un rituale antico che rivive nelle brutture sia fisiche che morali dei due protagonisti, gli impeccabili Marcello Fonte ed Edoardo Pesce, e accade in un non luogo stantìo e ripugnante.

4.  L’isola dei cani – Wes Anderson
La rigorosa estetica spaziale di Wes Anderson che incontra il Giappone. Difficile immaginare un connubio più riuscito. Nel prendere spunto dal teatro kabuki, dai manga, dagli anime e dai paesaggi di Hokusai, Anderson non confeziona un semplice omaggio all’iconografia giapponese, bensì unisce a quest’ultima la propria, ordinatissima, visione del mondo. Quello che ne viene fuori è un capolavoro di animazione in stop-motion che affronta temi di stringente attualità, tra fake news, slogan populisti e razzismo.

3. Lazzaro felice – Alice Rohrwacher

Lazzaro_felice
Il cinema italiano, quello improvviso e spiazzante. Un’avventura magica e picaresca che si muove di continuo tra dramma e commedia, tra cronaca e storia, in un tempo e in uno spazio che sembrano solo immaginati. Una parabola di ingenuità e candore sulla bontà incondizionata e sulla rinascita che fa il verso al miglior Zavattini nonché, cinematograficamente parlando, un punto da cui ripartire.

2. ROMA – Alfonso Cuarón
Il nome del quartiere borghese di Città del Messico dove Cuarón è cresciuto fa da cornice a un racconto che è allo stesso tempo intimo ed epico, la storia di una famiglia che è anche quella di una nazione.
La nitidezza del bianco e nero per valorizzare al massimo la sorprendente fluidità narrativa dell’opera più struggente del regista messicano nei suoi 135 minuti di minuscolo, solenne, quotidiano.

1. Il filo nascosto – Paul Thomas Anderson

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Questa volta va oltre, Paul Thomas Anderson, e chiede anche a noi di farlo. Di non fermarci alla forma, ma di arrivare fino alla sostanza, all’essenza. Oltre il visibile. Per oltrepassare questo limite, però, ha bisogno dei corpi, dei tratti spigolosi del volto di Daniel Day-Lewis e di quelli più dolci della sensazionale Vicky Krieps (una rivelazione), delle mani di lui, sarto tanto raffinato quanto nevrotico, e delle pose di lei, sua musa sgraziata. Poi la loro storia d’amore, algida e disturbante, all’interno di una narrazione ampia che sfiora i generi per valicarne, anche qui, i confini. Siamo nel territorio del sublime.

 

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Carolina Tocci

Giornalista freelance e blogger, un giorno le è venuta l'idea di aprire questo sito. Scrive di cinema e gossip e nel buio di una sala cinematografica si sente a casa.

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